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Per la serie “Leggiamo i classici ai nostri bambini”, dopo aver contribuito con questo post a un’impennata delle letture del Principe Felice, questa sera voglio tessere le lodi di quello che, secondo me, è uno dei primi e più completi (forse insieme al classicissimo Pinocchio) romanzi di formazione, ovvero Il mago di Oz.

Forse non tutti sanno che il romanzo di Baum, pubblicato nel 1900, è solo il primo di una serie di decine di romanzi ambientati nel magico Mondo di Oz, e solo alcuni di questi sono stati scritti dallo stesso Baum. Un’altra curiosità che mi rende caro questo romanzo che ho tanto amato (e che è adatto ai ragazzi a partire dai 10 anni) è che solo chi ha davvero letto il libro sa che le scarpette di Dorothy non sono rosse (come tutti vi diranno), ma d’argento. Questo perché è soltanto nel film che le scarpine sono rosse, per una questione squisitamente cinematografica (il film è del 1939 ed è uno dei primi esperimenti in Technicolor… Il rosso, insomma, ci stava meglio rispetto all’argento).

Ma veniamo a noi. Perché leggere il Mago di Oz ai nostri bambini?

La trama è lunga e arzighigolata, ma proverò a sintetizzarla come meglio riesco e indicando qualche stralcio qua e là (a differenza del Principe Felice non posso riportare il testo. Quello è un racconto, mantre qui si tratta di un romanzo).

Come tutti ricorderanno, i protagonisti della fiaba sono Dorothy, la bambina allontanata dalla sua fattoria in Kansas da un terribile uragano insieme al cagnolino Toto, lo Spaventapasseri, l’Uomo di Latta e il Leone. Ognuno di loro intraprende il viaggio verso la Città di Smeraldo, dove vuole incontrare il Mago di Oz per chiedergli qualcosa.

Lo Spaventapasseri ambisce a possedere un cervello, l’Uomo di Latta il cuore che non ha, il leone il coraggio, mentre Dorothy chiederà di  ritornare a casa.

Dice lo Spaventapasseri: “Io non so ragionare. La mia testa è piena di paglia. Per questo chiederò al Grande Oz di darmi un po’ di cervello. Tu ce l’hai?”
“No. La mia testa è vuota. Ma l’intelligenza non è la cosa più importante nella vita, penso che sia meglio avere un cuore” risponde l’Uomo di Latta.
“Io chiederò un cervello, perché uno stupido non può sapere cosa farci con il cuore”
“Io prenderò il cuore, perché l’intelligenza non rende felici e la felicità è la cosa più importante”
Dorothy non disse nulla, perché non sapeva proprio decidere chi dei due avesse ragione.
Al trio si aggiunge presto un bizzarro Leone Codardo, ben lontano dal coraggioso stereotipo di re della foresta:
“Il Re degli Animali non dovrebbe essere un codardo!” disse lo Spaventapasseri.
“Lo so” rispose il Leone asciugandosi una lacrima con la punta della coda. “ma davanti al pericolo il cuore mi batte forte e questo mi rende infelice”.

Ogni personaggio è alla ricerca di qualcosa che è convinto che gli manchi: il cervello, il cuore, il coraggio e il Kansas (Dorothy, naturalmente è alla ricerca del suo rientro a casa, nel Kansas, appunto).

Durante il lungo viaggio verso la Città di Smeraldo, dove vive il Mago di Oz, i cinque vivono mille peripezie e sono costretti ad affrontare tante difficoltà. Incontrano personaggi stranissimi e vivono avventure incredibili.

Chi conosce la storia del Mago di Oz, ricorderà perfettamente che il Mago non regala nulla che i bizzarri personaggi non abbiano già in sé. Nel corso delle peripezie per raggiungere la Città di Smeraldo dove risiede il Mago, lo Spaventapasseri dimostra di avere un intuito fine ed efficace, l’Uomo di Latta mostra solidarietà e compassione per i suoi amici e il Leone Codardo affronta con grande valore molti pericoli.

Insomma, il messaggio, neache poi tanto nascosto, del romanzo è che tante volte quello che stiamo cercando e che pensiamo che non sia alla nostra portata, in realtà è un qualcosa che già disponiamo dentro di noi, anche se magari è solo abbozzato, oppure talmente nascosto da sembrarci invisibile o addirittura inesistente.

Con un messaggio del genere come si può non definire Baum, alla pari come ho già detto di Oscar Wilde, un gran figo??? Era il 1900 e lui ha voluto insegnare ai bambini dell’epoca a riconoscere quanto di più profondo avessero dentro di sé. Leggete qui sotto:

(…) allora Oz prese la sua testa, la svuotò della paglia e ne riempì la parte più alta con un bel po’ di crusca, di aghi e di spilli, poi aggiunse della paglia nuova e rimise la testa al suo posto.
“Ecco d’ora in poi sarai un grand’uomo, perché ti ho dato un cervello della migliore qualità. Come ti senti?”
“Mi sento davvero saggio, e quando mi sarò abituato al cervello saprò tutto!” esclamò felice lo Spaventapasseri.
Poi Oz si rivolse all’Uomo di Latta:” Devo fare un buco nella lamiera per darti il cuore”
“Fai pure, non sentirò dolore” rispose l’altro. Oz allora fece un buco nel petto di latta e ci mise dentro un bel cuore di seta rossa e pieno di segatura.
“Ora hai un cuore che ogni uomo vorrebbe avere”.
“Ti sono molto grato” rispose sincero l’Uomo di Latta..
Quando toccò al Leone Codardo, Oz prese da un armadietto una bottiglia che conteneva un liquido verde-oro, che il Leone annusò disgustato.
“Bevilo” disse Oz.
“Cos’è?” chiese il Leone.”
Se fosse dentro di te sarebbe coraggio, perché il coraggio è sempre dentro di noi, ma finché non lo bevi non si può chiamare così. Il Leone bevve.
“Come ti senti?” chiese Oz.
“Pieno di coraggio!”.

Allo stesso modo, nell’ultima pagina del romanzo, Dorothy scopre di aver sempre posseduto gli strumenti necessari per tornare a casa: le Scarpette d’Argento, infatti, hanno il potere di portarla ovunque. Nel congedarsi da questa terra meravigliosa e dai suoi insoliti abitanti, Dorothy  prese in braccio Toto, batté per tre volte uno contro l’altro i tacchi delle Scarpette d’Argento e tornò finalmente a casa, dove riabbracciò i suoi zii.
Fate bei sogni…

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