Con il libro Cuore ho un legame speciale perché ricordo bene quando, da bambina, mia mamma ce lo leggeva al momento della messa a nanna e mio fratello e io immaginavamo con la nostra vivida fantasia ogni singolo personaggio, come se lo avessimo avuto sotto agli occhi.

E’ qualche sera che Dudi mi ha chiesto di leggerle Cuore prima di addormentarsi. Io, naturalmente, l’ho fatto, e rispolverando quelle vecchie pagine l’ho trovato un romanzo ancora attuale.

Da qui, questo post, naturale prosecuzione della rassegna “Leggiamo i classici ai nostri bambini” nella quale abbiamo già esaminato vari capolavori della letteratura: Il principe felice di quel figo di Oscar Wilde, Il Mago di Oz di quel genio di Baum e Favole al telefono del nostro caro Gianni Rodari.

Non considero De Amicis un figo al pari degli altri sopra citati e neppure un rivoluzionario, però gli riconosco l’onestà intellettuale in ogni pagina che ha scritto, considerando anche il contesto culturale. Siamo, infatti, agli albori dell’Unità d’Italia, come periodo storico.

Cuore è, lo sappiamo tutti, un grande classico, un romanzo per ragazzi scritto da Edmondo de Amicis e ambientato a Torino durante i primissimi anni dell’Unità d’Italia. La voce narrante è quella di Enrico Bottini, studente di terza elementare, che scrive un diario in cui narra vicende della scuola e dei suoi compagni di classe. Al diario si aggiungono avvincenti e per lo più drammatiche storie raccontate dal suo maestro ogni mese.

Chi di noi ha letto il libro Cuore da bambino non può dimenticarne i personaggi chiave, oltre a Enrico: Garrone, il mio preferito, un ragazzotto buono con parecchi anni in più rispetto agli altri, Derossi, il primo della classe bello e intelligente, Precossi, il figlio del fabbro ferraio alcolizzato che si disintossica quando scopre che il figlio ha vinto un premio scolastico, Franti, il cattivo, il Muratorino, figlio di un muratore e che sa imitare benissimo il muso di lepre. E, poi, il  Maestro Perboni, che il primo giorno di scuola dice ai ragazzi: “Io non ho famiglia. La mia famiglia siete voi. Voi dovete essere i miei figlioli”. Chi ha visto la miniserie TV di Comencini  negli anni ’80 non può non associarlo a Johnny Dorelli.

Dei racconti mensili, tutti strazianti, ricordo nitidamente La piccola vedetta lombarda, che narra le gesta del ragazzo che viene messo a far da vedetta contro gli austriaci e finisce per esserne fucilato, Dagli Appennini alle Ande, la storia del bambino genovese che compie un viaggio estenuante sino in sudamerica per ritrovare la mamma malata, Il piccolo scrivano fiorentino, che per aiutare il papà nel suo lavoro sta sveglio la notte a trascrivere indirizzi a discapito del profitto scolastico.

I racconti, che hanno sempre come protagonisti dei giovani ragazzi, racchiudono insegnamenti profondi e valori sui quali vale davvero la pena di tornare a riflettere.

Ha quindi ancora senso leggere oggi il libro Cuore? La società e la scuola stessa sono profondamente cambiate. Per non parlare del lessico usato da De Amicis. Qualsiasi ragazzetto lo riconoscerebbe oggi come vecchio, desueto, puzzolente di naftalina.

La risposta è semplice: ha senso, perché nonostante abbia superato i 130 anni d’età, vi si trovano valori attualissimi e auspicabili ancora oggi quali la solidarietà, il rispetto reciproco, l’uguaglianza, la lealtà, lo spirito di sacrificio (meno attuale, invece, il marcato patriottismo, comprensibile in un romanzo risorgimentale ma un po’ meno oggi).

De Amicis voleva insegnare ai ragazzi a stare al mondo. Non è forse, o non dovrebbe essere questo lo stesso intento di ogni genitore o insegnante?

Spesso il libro Cuore è considerato eccessivamente buonista: eppure oltre ai buoni sentimenti, nel romanzo trovano spazio anche la rabbia, il disagio generazionale, l’ingiustizia. Le opere di scherno e prepotenza messe in atto dall’odioso Franti non sono paragonabili alle attualissime scene di bullismo di cui sentiamo parlare oggi sempre più frequentemente?

E’ difficile scegliere le pagine più belle di questo romanzo, zeppo di racconti evocativi e che fanno riflettere, ma proprio l’altra sera ho letto a Dudi il passo del ragazzo calabrese (che riporto per intero a fine post).

Un ragazzo calabrese viene accolto in classe ad anno scolastico già avviato. Il maestro lo presenta ai compagni con grande entusiasmo decantando la bellezza della terra da cui proviene ed esortando gli altri ad aiutarlo a inserirsi nel gruppo e a non sentirsi triste perché lontano da casa; ad amarlo come un fratello.

Una scena del genere sarebbe impensabile ai giorni nostri e nelle nostre scuole, dove fatichiamo a mettere sotto al riflettore spirito nazionalistico e integrazione e dove gli insegnanti sono i primi a vacillare dinnanzi alla presenza del diverso.

Se decontestualizziamo la vicenda dalle pagine del libro e la trasportiamo ai giorni nostri, però, mettendoci come protagonista anziché un calabrese un immigrato marocchino o senegalese il racconto non potrebbe essere d’esempio ai nostri studenti?

Il compagno marocchino o senegalese non è forse oggi come il compagno calabrese di allora? Quello che arriva da lontano e fa paura, con quella carnagione così scura. Il diverso che, però, può essere accolto, fatto entrare nel gruppo, aiutato a sentirsi meno solo, se lo vogliamo?

Un simile discorso fatto oggi da un insegnante qualsiasi di terza elementare non sarebbe, forse, da applauso?

Secondo me sì.

******************

IL RAGAZZO CALABRESE

22, sabato.

Ieri sera, mentre il maestro ci dava notizie del povero Robetti, che dovrà camminare un pezzo con le stampelle, entrò il Direttore con un nuovo iscritto, un ragazzo di viso molto bruno, coi capelli neri, con gli occhi grandi e neri, con le sopracciglia folte e raggiunte sulla fronte; tutto vestito di scuro, con una cintura di marocchino nero intorno alla vita. Il Direttore, dopo aver parlato nell’orecchio al maestro, se ne uscì, lasciandogli accanto il ragazzo, che guardava noi con quegli occhioni neri, come spaurito. Allora il maestro gli prese una mano, e disse alla classe: — Voi dovete essere contenti. Oggi entra nella scuola un piccolo italiano nato a Reggio di Calabria, a più di cinquecento miglia di qua. Vogliate bene al vostro fratello venuto di lontano. Egli è nato in una terra gloriosa, che diede all’Italia degli uomini illustri, e le dà dei forti lavoratori e dei bravi soldati; in una delle più belle terre della nostra patria, dove son grandi foreste e grandi montagne, abitate da un popolo pieno d’ingegno e di coraggio. Vogliategli bene, in maniera che non s’accorga di esser lontano dalla città dove è nato; fategli vedere che un ragazzo italiano, in qualunque scuola italiana metta il piede, ci trova dei fratelli. — Detto questo s’alzò e segnò sulla carta murale d’Italia il punto dov’è Reggio di Calabria. Poi chiamò forte: — Ernesto Derossi! — quello che ha sempre il primo premio. Derossi s’alzò. — Vieni qua, — disse il maestro. Derossi uscì dal banco e s’andò a mettere accanto al tavolino, in faccia al calabrese. — Come primo della scuola, — gli disse il maestro, — dà l’abbraccio del benvenuto, in nome di tutta la classe, al nuovo compagno; l’abbraccio dei figliuoli del Piemonte al figliuolo della Calabria. — Derossi abbracciò il calabrese, dicendo con la sua voce chiara: — Benvenuto! — e questi baciò lui sulle due guancie, con impeto. Tutti batterono le mani. — Silenzio! — gridò il maestro, — non si batton le mani in iscuola! — Ma si vedeva che era contento. Anche il calabrese era contento. Il maestro gli assegnò il posto e lo accompagnò al banco. Poi disse ancora: — Ricordatevi bene di quello che vi dico. Perché questo fatto potesse accadere, che un ragazzo calabrese fosse come in casa sua a Torino, e che un ragazzo di Torino fosse come a casa propria a Reggio di Calabria, il nostro paese lottò per cinquant’anni e trentamila Italiani morirono. Voi dovete rispettarvi, amarvi tutti fra voi; ma chi di voi offendesse questo compagno perché non è nato nella nostra provincia, si renderebbe indegno di alzare mai più gli occhi da terra quando passa una bandiera tricolore. — Appena il calabrese fu seduto al posto, i suoi vicini gli regalarono delle penne e una stampa, e un altro ragazzo, dall’ultimo banco, gli mandò un francobollo di Svezia.

***************************

Annunci