*Vita da mamma

Quei giorni in cui “Per fortuna la scuola si fa da casa” o anche “Meno male che questa non l’hanno detta a scuola!”

Le polemiche sulla riapertura o non riapertura delle scuole si stanno ormai sbriciolando con l’avvicinarsi della prima settimana di giugno, periodo in cui, corona virus sì, corona virus no, la scuola si sarebbe comunque conclusa.

Fuori di polemica e per riderci anche un po’ su, devo ammettere che ci sono stati dei momenti di questi pomeriggi di scuola casalinga, in cui mi sono messa parecchio nei panni delle insegnanti e mi sono anche detta con una certa inquietudine “E se questo lo avessero detto a scuola?”.

Naturalmente mi riferisco a Seba e Chicchi, che sono i piccoli di casa e che quest’anno stavano frequentando la prima elementare quando il virus ci ha sorpresi decretandomi per qualche mese maestra in sostituzione.

Mi sono anche chiesta: “Ma quante ne sentono le maestre e quanto si devono frenare di fronte a determinate risposte dei bambini per non ridere/incazzarsi/imbarazzarsi?”.

Pomeriggio piovoso di fine aprile. “Bambini, forza, ditemi una parola che inizi con CU”.

“CUlo!”.

“Forza, bambini, dai, a scuola avreste risposto così?”.

I miei non sono bambini particolarmente disinvolti o provocatori, sono certa che a scuola non si sarebbero mai azzardati a pronunciare questa parola.

Ridiamo, e parecchio, ma finisce lì. Penso che, in ogni modo, il loro papà usa troppi termini scurrili. La colpa è sempre sua!

Pomeriggio di inizio maggio. Si prosegue con le sillabe con la lettera S. “Bambini, chi mi dice una parola che inizia con SCO?”.

“SCOreggia!”. E a ridaglie.

“No, a scuola non avreste mai detto una parola del genere! Forza! Fate i bravi!”.

Risate.

Mi provocano, ok, ma dalla loro risata capisco che sanno perfettamente che scoreggia è un termine che non è particolarmente elegante e che comunque non è ammesso fra le mura di scuola.

Pomeriggio di fine maggio. Le sillabe sono quasi finite e siamo alle prese con SCIA ,SCIO, SCIU.

“Avanti, bimbi, ditemi una parola che inizi con SCIA”.

“SCIArpa”.

Molto bene (meno.male, questa volta fanno i bravi).

“E adesso una parola che inizi con SCIO”.

Risponde lei, seria seria, senza il minimo dubbio di pronunciare una parola vietata. Senza ridere, senza provocare.

“SCIOrda”.

Non posso incolpare Sergio questa volta. Sciorda è un tipico termine salernitano che io uso correntemente. Lo uso con una tale naturalezza che loro non la percepiscono come parola tabù, anzi, non esitano a trattarla come parola consentita.

Mi freno per non scoppiare a ridere, io, stavolta. Sciorda. Diarrea molto liquida.

Ecco, questo è uno di quei momenti in cui mi viene il dubbio che abbiano corso il rischio di dire una cosa del genere in ambiente scolastico e penso:

” Per fortuna la scuola oggi si fa da casa!”.

Mi rincuoro constatando che, abitando in Brianza, le insegnanti autoctone probabilmente non avrebbero colto il termine dialettale e sarebbero passate al bambino successivo.

11 pensieri su “Quei giorni in cui “Per fortuna la scuola si fa da casa” o anche “Meno male che questa non l’hanno detta a scuola!””

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