Le mie storie

Caro Signor Coronavirus

Caro Signor Coronavirus,

le scrivo per esprimere il mio profondo disagio di questo momento.

Innanzitutto vorrei dirle che, mesi fa, l’abbiamo salutata inizialmente con un certo distacco e l’abbiamo certamente sottovalutata perché non avevamo capito a pieno la sua potenza e la forza con cui avrebbe modificato – per sempre, forse – le nostre esistenze.

Forse all’inizio ci ha condizionati il suo nome. Quel “corona” ci ha ingannati, ci ha fatto pensare a un qualcosa di sofisticato, di scintillante, di poco conto. Come può una corona esser foriera di una tale tempesta di cattive notizie, di un periodo così nero e apparentemente senza fine?

Ci ha tolto molto, Signor Corona.

Ci ha tolto il lavoro come lo intendevamo noi altri, ci ha tolto la scuola.

Ci ha tolto la piscina il martedì – dio solo sa quanto maledicevo quella piscina il martedì e quanto la gradirei oggi – ci ha tolto la danza, ci ha tolto la corsetta alle otto del mattino.

Ci ha tolto il caffè macchiato la mattina al bar della stazione – pessimo, peraltro – ci ha tolto le corse quotidiane per raggiungere il treno, ci ha tolto le smadonnate in macchina per le troppe code in Valassina.

Ci ha tolto il profumo degli affetti, i gesti di prossimità con le persone che amiamo. Una pacca sulla spalla, un sorriso accennato, un buffetto sulla guancia, quei bacetti che lasciavamo svolazzare qua e là e nemmeno ne riconoscevamo il valore.

Ci ha tolto movimenti quotidiani che oggi sembrano lontani anni luce: le chiavi che girano nella serratura, il portone che sbatte e ci ricordiamo troppo tardi che bisogna accompagnarlo, la telefonata di rito e quel vocale che mandiamo per inerzia.

Ci ha tolto le feste, oh quanto pesano oggi quelle feste mancate, che pure ci eravamo rotti le palle di ‘ste feste dei bambini con cadenza ormai quasi settimanale, eppure adesso quanto ci mancano. Pagheremmo oro per quelle festicciole.

Ci ha tolto l’ultimo anno di elementari, con le mamme che aspettavano i bambini fuori da scuola l’ultimo giorno con le trombe in mano e il tifo da stadio. Che roba pacchiana, ho sempre pensato, eppure questa pacchianata non mi sarà consentito viverla, stavolta.

Ci ha strappato la certezza di sentirci grandi, di sentirci privilegiati, più avanti degli altri. Ci ha mostrato quanto la fine sia democratica, perché può arrivare per tutti allo stesso modo, davvero per tutti.

Caro Signor Corona, Coronavirus intendo, certo, lei ci ha anche dato molto.

Ci ha aiutato ad assaporare meglio le cose, quelle cose anche minuscole, quei dettagli che davamo semplicemente per scontati, dei quali non avremmo mai pensato di sentire la mancanza.

Ci ha dato la possibilità di sperimentare la DAD, la didattica a distanza. Che ci sarebbero voluti 20 anni di formazione in tempi normali per rendere avvezzi genitori, alunni e insegnanti alla DAD, di questo ne sono certa.

Ci ha dato il tempo. Tempo libero, tempo a disposizione, il free time di cui parlano gli inglesi, da dedicare a tutte quelle cose che non-ho-tempo-ho-mille-impegni-da-rincorrere-ogni-giorno-domani-magari-chissà.

Ci ha dato la consapevolezza di essere un popolo ineguagliabile, certo, con le sue imperfezioni e tutto sommato anche parecchio scarrupato, ma quanto patriottismo in questi mesi pensando al nostro stivale e a quegli uomini e donne che lo rendono unico.

Ci ha regalato lo smartworking quotidiano, quello a cui ogni impiegato medio avrebbe anelato nei secoli dei secoli, perchè come si lavora bene da casa e quanto si lavora di più e che meraviglia non prendere i mezzi la mattina.

Ci ha dato la possibilità di familiarizzare con le videochiamate, non siamo mai stati così disinvolti davanti a una webcam. Ci videochiamiamo continuamente, di giorno e di notte, per accorciare le distanze, per sentirci meno soli.

Ci ha permesso di pesarci, no, non sulla bilancia, quello vorremmo evitarlo, per ora. Ci ha permesso di pesare la nostra inadeguatezza, la nostra miseria, la nostra inutilità. Il nostro essere di passaggio, che forse lo stavamo dimenticando.

Ci ha dato la possibilità di passare il periodo dell’isolamento con i parenti più vicini all’interno delle nostre quattro mura, che non abbiamo mai sperimentato questa intimità così prolungata (né con le mura, né coi famigliari).

E allora, arrivo al dunque, sua Eminenza. Se mettiamo sul piatto della bilancia quello che ci ha preso finora e quanto ci ha dato in questi mesi io direi che siamo quasi a posto così.

Diciamo che ci riteniamo perfettamente soddisfatti della nostra customer experience e che se adesso lei si scansasse un po’, ecco, dimostrerebbe di essere davvero molto umano.

Con i migliori saluti,

Gn

7 pensieri su “Caro Signor Coronavirus”

  1. Quello che mi pesa più di ogni altra cosa è la mancanza delle entrate che mi stanno facendo perdere il sonno e mi stanno mandando giù giù in un baratro di cui non vedo ancora il fondo. Ci avevo messo tanto impegno nel lavoro per arrivare lì e ora va tutto in fumo. Anni e anni di lavoro buttati nel cesso. Senza possibilità di ripresa alcuna. Per arrivare ai livelli pro-covid ci sono.voluti 10 anni di sacrifici e ora una valanga di m……. Mi arrendo. Non ho la forza per continuare, con uno stato che non ci supporta. Chissà come mi reinvento…

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