La difficoltà di spiegare le cose nel modo giusto

Mio fratello e io siamo stati due bambini normali cresciuti negli anni ’80. Nostra mamma parlava molto con noi e ci raccontava il mondo chiamando le cose con il loro nome.

Così noi, fin da piccolissimi, padroneggiavamo gli argomenti più disparati, argomenti che ai tempi non venivano considerati adatti ai bambini, con naturalezza.

A casa nostra non era un problema parlare di cose come l’amore e il sesso o di come nascessero i bambini.

Mi stupivo quando capivo che nelle altre case non se ne parlava. Peraltro, nostra mamma ha sempre usato termini scientifici per riferirsi alle cose, tipo le varie zone del nostro corpo, anche quelle più nascoste. Niente vezzeggiativi, niente soprannomi.

Nostra mamma era fatta in questo modo qui e cosi noi siamo cresciuti e diventate persone assolutamente “normali” e senza particolari traumi né sconvolgimenti, perfettamente consapevoli delle bellezze e delle bruttezze del mondo sentendo parlare nostra mamma davvero di tutto.

Sulla base del suo insegnamento cerco anch’io di essere chiara con i miei bambini. Mi interessa soprattutto parlare delle emozioni, belle e brutte, che ogni giorno sperimentiamo. Di come ci sentiamo. Anche quando delle nostre emozioni ci vergogniamo. Mi piace l’idea che sappiano sempre chiamare le cose con il nome corretto e li esorto a chiedermi tutto ciò che li incuriosisce.

Ritengo, tuttavia, ci siano degli argomenti piuttosto scomodi o dei quali si fa più fatica a parlare e questo non lo dico per una mia particolare pudicizia o bacchettonaggine.

E allora in questi casi mi chiedo come ce li avrebbe spiegati mia mamma.

Faccio un esempio.

I miei bambini si sono spesso domandati perché ai lati delle strade ci siano delle signore semi nude che danno tutta l’impressione di attendere qualcuno o qualcosa.

Ancora pochi giorni fa se ne sono usciti con una domanda a riguardo.

Bene, mi sono detta. E questa della prostituzione come gliela racconto?

È giusto descrivere le cose con le giuste parole ma questa come gliela posso spiegare?

Sono in macchina e sto guidando (sono quasi sempre in macchina quando loro se ne escono con certe domande).

Comincio dall’amore. Dal bisogno di attenzioni, di ricevere dall’altro, dallo scambio vicendevole. Proseguo sulla strada della solitudine, dello svilimento, dell’incapacità, della miseria dello stato d’animo.

Mi addentro nel suolo della smania di comprare, anche quello che non si ha, che non ci spetta, che non dovremmo.

Mi soffermo sul concetto di povertà dei sentimenti e sul ruolo di vittima di una donna che fa questa scelta per costrizione, certo non per piacere.

Mi fermo un istante, poi, per osservarli dallo specchietto retrovisore. Loro, con le loro bocche aperte e gli sguardi che vagano altrove, alle prese con dei discorsi che sono troppo per loro.

Troppo grandi, troppo storti. Troppo incomprensibili.

E mi chiedo che senso ha quello che gli sto raccontando, perche poi un senso non c’è in questa roba qua. Soprattutto, da che parte gliela sto raccontando questa storia?

E sono certa che nostra madre non ce l’avrebbe raccontata così. Forse l’avrebbe raccontata in un modo persino più brutale, chissà. Sicuramente sarebbe stata più sintetica.

E mi accorgo che alla fine le cose le puoi spiegare da mille angolazioni diverse.

È che forse alla fine un modo giusto per raccontarle poi non c’è.


4 risposte a "La difficoltà di spiegare le cose nel modo giusto"

  1. Io che ho avuto una madre come la tua non ho mai avuto difficoltà a parlare di sesso e anatomia con mia figlia. Più difficile parlare di prostituzione perché esci dall’ambito dell’atto d’amore e devi aprire la mente di una bambina a qualcosa di brutto (sfruttamento, povertà, ipocrisia…)

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