Cambiare nome alle cose cambia la sostanza delle cose?

Oggi argomento denso.

Periodicamente cambiamo nome alle cose. Lo facciamo perché queste sono desuete, perché la loro funzione è cambiata, ma il più delle volte anche perché le cose in questione ci causano un disagio o un imbarazzo.

Penso agli anziani. Prima li chiamavamo vecchi. Poi, forse anche consapevoli del fatto che non ci sarebbe piaciuto sentirci chiamare così, li abbiamo chiamati anziani. Poi il termine anziano faceva ricordare troppi capelli bianchi e allora abbiamo iniziato a chiamarli senior. Ecco, così va meglio.

Penso alle colf. Prima le chiamavamo serve. Poi abbiamo assunto un tono più gentile denominandole colf, appunto. Dopodiché ci siamo evoluti ancora un pochino e le abbiamo identificate come collaboratrici domestiche. Molto bene. Loro ci spazzano casa e noi tiriamo un sospiro di sollievo grazie alla loro collaborazione.

Adesso.

Qualche mese fa ho scritto una relazione sulla sostenibilità. Dovevo parlare, fra le altre cose, di disabili. Allora mi sono ricordata di quando ero ragazzina e, parlando con altri amici, avevo osato chiamarli handicappati. Il mio amico Manuel, che di mestiere guidava, per l’appunto, il pullmino degli handicappati, mi aggredi dicendomi che andavano chiamati disabili.

Da allora, giuro, ho sempre pronunciato il termine disabile con grande rispetto della categoria. E così insegno a fare anche ai miei bambini che, in maniera del tutto innocente, li chiamano “quelli con la lingua di fuori” oppure “quelli sulla carrozzina”.

Ma torniamo alla relazione. Mentre scrivevo pensavo che all’inizio li chiamavamo disgraziati, poi li abbiamo chiamati handicappati, poi disabili e infine diversamente abili.

E quindi, nel mio trattato, ho scritto quello che dovevo scrivere usando l’appellativo disabile o diversamente abile, sentendomi al top della modernità.

La relazione è stata validata con un unico appunto: il termine disabile o diversamente abile andava modificato in persona con disabilita’.

Ho preso atto della leggerezza che avevo usato nello scrivere un termine non proprio corretto, ho cancellato disabile e messo persona con disabilità, però mi sono anche chiesta:

Cambiare nome alle cose cambia davvero la sostanza delle cose?


8 risposte a "Cambiare nome alle cose cambia la sostanza delle cose?"

  1. Bella domanda. Le parole sono pietre e forse , anzi, quasi sicuramente, il rispetto passa anche attraverso l’uso e il non uso di certe parole, ma poi bisognerebbe andare oltre. Non abolire solo il termine “negro”, ma il razzismo, non abolire solo il termine “handicappato” (e quelli successivi piu’ o meno corretti) ma le barriere architettoniche e culturali, ecc. Stiamo andando, anche grazie ai nomi cambiati, in quella direzione? Non so. A volte lo spero, a volte sembra quasi il contrario, usare il politically correct per non vedere una societa’ che almeno in questo tempo sembra avere piu’ che mai paura di tutto cio’ che non e’ “nella norma”.

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  2. A volte sì. Se la sostanza è fatta di percezione, il nome delle cose può variarne la percezione e quindi gli atteggiamenti che si hanno nei confronti di quella cosa (in questo caso persona). Lasciando perdere gli eccessi del politically correct fine a sé stesso che non ha nessun senso. Negro, nero, persona di colore, uomo dalla pelle scura… credo che sì, ci sia differenza. Il primo non era nemmeno una persona.

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