Una storia semplice

Lavoravo in un ufficio al 7* piano quell’anno, completamente sola. L’ufficio era collocato a pochi metri dalla macchinetta del caffè per cui, volente o nolente, spesso mi capitava di ascoltare le conversazioni altrui o, peggio ancora, di essere scambiata come una piacevole opportunità per scambiare qualche parola. Certe volte, ça va sans dire, ero costretta a chiudere la porta per lavorare in tranquillità.

Quel giorno la porta era chiusa e io ero un po’ abbacchiata, ma lei aveva voglia di chiacchierare e quindi l’aprì e si mise esattamente dinnanzi a me, in piedi. Io, seduta, la osservavo parlare lentamente e ascoltavo affascinata il suo racconto anche se adesso, a distanza di anni, non ricordo esattamente di cosa mi parlasse.

Indossava una camicia chiara e una collana di pietre colorate, tendenti prevalentemente al rosa, spiccava sul suo petto. Il bracciale, al suo polso, era identico alla collana.

Era affascinante la storia che mi stava regalando e mi rendevo conto che stavo bevendo ogni sua parola con piacevolezza e che il suo tono di voce, morbido, delicato e impalpabile a tratti, mi faceva stare bene.

Noi due non eravamo tanto in confidenza ed era davvero la prima volta che lei si fermava per così tanto tempo da me. Ecco, io non sapevo proprio come dirglielo quanto la sua visita mi provocasse piacere quella mattina, quindi le dissi: “Ma quanto è bella la tua collana!”.

Lei non esitò un istante e, con mio estremo stupore, in silenzio, si tolse la collana e me la legò al collo. Lo stesso fece con il bracciale, che profumava. Certamente aveva spruzzato la sua essenza preferita sui polsi, quella mattina.

Rimasi lì a bocca aperta come una babbea e a nulla servirono i miei tentativi di renderle quei gioielli. L’unica cosa che riuscii a fare fu mandarle una mail, qualche minuto più tardi, per ringraziarla del gesto inaspettato e dello slancio dimostrato nei miei confronti.

Guardo spesso quelle pietre rosa nel mio porta gioie e ricordo quello che lei rispose a quella mail. Che era stata una bambina povera, timida e impacciata. E che, da sempre, quando qualcuno si apriva a lei, reagiva con simili slanci.

La incontro ancora qualche volta, alla macchina del caffè o in ascensore – il palazzo è alto pur sempre 9 piani – e il suo sorriso e il modo di pronunciare il mio nome “con tutta la bocca” mi affascina sempre.

E anche se lei il più delle volte mi dice di essere stanca o sconvolta, quando io la incontro le do sempre un bacio sulla guancia.

Perché a distanza di anni da quella mattinata al 7* piano, di parole non ne abbiamo mai più scambiate tantissime, ma permane un affetto inspiegabile quando ci si vede.

E io il gesto della collana e del bracciale e della bambina che sta in un angolo lo porto stretto nel cuore come uno dei più bei riconoscimenti ricevuti da una collega da quando lavoro in quel palazzo.


8 risposte a "Una storia semplice"

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