I grandi non giocano (più)

Ci sono delle domande che non ti aspetti, che quando arrivano ti lasciano interdetto, senza parole o ti mettono in imbarazzo.
Ricordo ancora quella volta in cui Dudi, durante un viaggio in Irlanda, seduta sul sedile posteriore della macchina, disse improvvisamente: “Mamma, ma tu e il papà come mi avete costruita?”.
La domanda non mi ha messo in difficoltà, ma ricordo perfettamente l’espressione del papà, in quel momento al volante, della serie “E mo’ come glielo spieghiamo?”.
Il quesito che non mi aspettavo è giunto pochi giorni fa, a distanza di tanti anni da quel pomeriggio irlandese. Dudi, che ormai ha quasi nove anni, mi ha chiesto serafica: “Mamma, ma perché i grandi non giocano più?”.
La domanda mi ha colta impreparata. Se avessi potuto guardarmi da fuori avrei notato un’espressione inebetita sul mio viso, alla ricerca di una risposta sufficientemente ragionevole ma che non trovavo.
Mi sono fatta molta pena con la mia prima risposta: “Ehm, perché non hanno tempo”. Mi sono sentita patetica, mediocre, falsa.
Mi sono vergognata di quella risposta, perché sapevo che il punto non era quello.
“Perché non hanno voglia”, ho pensato poi, ma senza parlare. Intanto guidavo e lei, seduta dietro, non poteva vedermi, ma ero pensierosa, afflitta, turbata. Come fai a non aver voglia di giocare?
“Perché devono lavorare”, mettiamo fine a questo supplizio. Dudi ha ragione: i grandi non giocano. E questa è una certezza.
Il gioco è scoperta, esplorazione, fantasia, spensieratezza, occasione di crescita. Il gioco è imparare a saper vincere e saper perdere, a farsi coraggio, a prevalere o aiutare gli altri. Il gioco è slancio, gioia, incoscienza, meraviglia.

Quindi il gioco è una cosa bellissima, fantastica, auspicabile!

Eppure è vero, noi adulti non giochiamo più. O meglio, smettiamo di farlo, a un certo punto. Che tristezza.
Ma certo che giochiamo, potrebbe controbattere qualcun altro. Cosa sono, altrimenti, le uscite con gli amici, le partite a calcetto il giovedì sera, le pause alla macchinetta del caffè in cui ridiamo come dei minkioni?
Ci sono poi quelli che giocano con la Wi, quelli che in treno passano le ore con Candie Crash, chi si diverte con il bricolage, la pittura, la scrittura.
E’ questo giocare? Chiedo io. Questo è distrarsi, svagarsi, appassionarsi, prendersi una pausa, badare a se stessi, ma non è esattamente giocare.

I grandi non giocano più perché hanno smesso di giocare. Ecco l unica risposta ragionevole che mi gira in testa.
Ho cercato nella memoria l’ultimo mio ricordo di gioco.

Sono a Salerno, gioco con altri bambini a nascondino nel cortile di mia nonna. Mi sono nascosta bene, nessuno riesce più a trovarmi. Sono una ragazzina, le prime forme morbide si intravedono sotto la canotta. Il caldo è asfissiante e la puzza dell’asfalto stordisce, quasi. In un attimo veloce alzo le braccia al cielo e avverto un odore acre, rancido, sgradevole. Proviene da me. Ci rimango male. Fino al giorno prima ero una bambina. In quel momento mi accorgo di puzzare di sudore. Sono diventata grande. Esco dal mio nascondiglio, lascio il gruppo. Smetto di giocare. Corro in un lampo a casa di nonna per lavarmi.
Non so se è un caso, eppure come ultima idea di gioco mi è venuta in mente questo ricordo.
E quindi ha ragione Dudi: i grandi non giocano. Più.


9 risposte a "I grandi non giocano (più)"

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