Vivere con un musicista (accompagnarlo nel viaggio)

 

Del musicista di casa mi prendo anche cura.

Questo  significa principalmente che, oltre a sfamarlo, ascoltarlo e condividere il più delle attività  quotidiane che ci competono (…), mi occupo di alcuni aspetti della sua attività,  fra cui anche l’organizzazione dei suoi concerti e delle sue trasferte.

È una cosa che io amo fare (contattare, prenotare, concordare…) e che permette a lui di arrivare a destinazione con tutte le cose organizzate a puntino (di solito annotate su di un foglietto perché, ormai lo sapete, se vivete con un musicista lo dovete indirizzare). Quando si dice unire lutile al dilettevole.

Ciò non toglie che ogni tanto, quando le congiunzioni astrali lo permettono, alla trasferta mi aggrego anch’io  e ne approfitto per godermi un po’ di tempo con lui senza essere assediati dai figli e per ammirare le sue serate soprattutto da un punto di vista antropologico.

Quindi, ecco, io l’accompagno nel viaggio. Uso il termine viaggio anziché trasferta e fra poco capirete perché.

Lo sapete, io non suono né canto (per l’amor di dio), eppure mi capita di riuscire a rendere alla fine della serata una fotografia piuttosto nitida di ciò che ho visto come uno qualsiasi degli spettatori presenti in sala (credo che sia soprattutto per questo che mi porta con sé, anche se ho una discreta dimestichezza nelle public relations e nel vendere  cd a fine serata).

Infatti, il momento più  bello del nostro girovagare assieme è  proprio a chiusura del sipario, quando anche l’ultimo degli ospiti è rincasato e rimaniamo noi due a raccontarcela. Così, io gli mostro la mia fotografia, quella che ho scattato con i miei occhi, lasciandomi contaminare dall’atmosfera che si è creata attorno a me.

La scorsa settimana è  stato bello accompagnarlo a Soncino (uno dei borghi medievali più belli d’Italia) per una serata alla Vecchia Filanda. Al di là della location, che era davvero notevole – sala consiliare con travi a vista affacciata sui torrioni della storica Rocca – il concerto, organizzato benissimo, è stato straordinario.

In realtà stento sempre a definirli concerti queste serate, perché il mio compagno è un chitarrista acustico molto apprezzato in Italia e anche lodato da stampa e addetti ai lavori, ma in concerto riesce a fondere la sua musica con racconti e immagini che spesso esulano da questa e rendere la serata coinvolgente anche per l’ascoltatore comune. Quindi più che concerti io li definisco rendez vous o viaggi acustici.

Serate in cui lui parte alla ricerca del suono e ognuno prende e si porta a casa quello di cui ha bisogno o che trova inaspettatamente. Dalla casalinga, allo studente fuori sede capitato per caso, all’appassionato collezionista. Ce n’è per tutti. Puoi metterti in tasca un suo racconto, una citazione, un’aria da canticchiare l’indomani, un aneddoto che ti ha fatto sorridere o un calore inaspettato.

Puoi metterti in tasca un qualcosa che magari non c’entra nulla con quello che hai ascoltato, ma che ti piace e profuma di buono.

Questo è quello che secondo me, sempre, dovrebbe concedere l’arte, la cultura. Senza distinzioni di stato. Senza distinzione di pubblico. Regalare emozioni. Far viaggiare anche chi, magari, non ha altro modo di farlo. O non sa da che parte cominciare per incamminarsi.

Il pubblico che ascolta musica non è catturato solo dalla purezza del suono e dal tocco delle mani sullo strumento, ma anche dalle storie. Racconti che spesso vanno al di là della musica. Perché poi, alla fine, qual è il compito della musica se non rendere gli stessi colori ed essenze di cui è intessuta la nostra vita?

Un’idea di concerto per tutti, non per i soli musicisti. Questo, credo, sia uno degli aspetti più belli di quello che sta facendo con la sua chitarra acustica

L’altra sera mi ha colpito l’attenzione del pubblico in sala che era un pubblico davvero variegato. Giovani, adulti, professori, coppie, studenti, ragazzini. E anche se ero influenzata e mi sentivo davvero tutte le ossa rotte, gettavo il mio sguardo di qua e di là per capire le dinamiche della sala.

La serata scorreva via veloce perché l’esibizione non era una pura esecuzione virtuosa con la chitarra, ma aveva più a che fare con una macedonia di musica del mondo mescolata a storie, suoni e persone che con la loro presenza già stavano modificando l’atmosfera di quella sala.

C’erano anche dei bambini e il (mio) musicista ha detto loro che, se lo volevano, potevano anche alzarsi, correre, ballare. Mi piace sempre quando dice questo. Perché le sue serate alla fine sono un momento esperenziale dove l’espressione di ognuno è gradita.

C’era la gente comune, che batteva il piede a tempo di musica mentre osservava questo viaggiatore perso nella ricerca del suo suono. E se qualcuno starnutiva, perché poi freddo era freddo, lui era capace persino di interrompere il pezzo e dire: “Salute”, generando una risata e comunque distensione.

C’era Roberta, con il marito e la piccola Giulia, che in realtà adesso è diventata grande. Tutti e tre osservavano con i loro occhioni e ognuno si perdeva lontano nei suoi pensieri, anche se Roberta continuava a dirmi che era sbalordita dai progressi del musicista.

C’erano gli intenditori, quelli che magari suonavano anche loro uno strumento ed erano interessati alla tecnica e a fine serata hanno fatto capannetta intorno a lui facendogli mille domande.

E poi c’ero io, chiusa nel mio giubbotto perché avevo i brividi di freddo e la febbre che saliva, che seguivo il viaggio introspettivo del mio compagno, guardandolo navigare in acque lontane e avvertendo anche solo sommariamente qualcuno di quei profumi, colori e paesi che stava toccando…

E aspettavo che arrivasse la notte con le sue nebbie fredde e la luce lattiginosa dei fanali, per salire sul nostro furgone e rincasare dai nostri bambini. E, in autostrada, gli avrei mostrato la fotografia che avevo scattato. Consapevole di averlo accompagnato nel viaggio.

************************************

Se volete sapere qualcosa in più su di lui www.calonego.it

Potrebbe interessarti anche:

Dieci inconfutabili segni che stai dividendo casa con un musicista

Che cosa significa convivere con un musicista?

Che cosa significa convivere con un papà musicista

 


8 risposte a "Vivere con un musicista (accompagnarlo nel viaggio)"

  1. Vivere con un(a) musicista non è facile, ci vuole dedizione, pazienza, capacità empatiche non indifferenti. Ma l’amore e l’intelligenza (e qui ci sono tutte e due) cancellano ogni segno di fatica, con grande leggerezza ❤️

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...