Ho un’amica carissima, ci conosciamo da oltre 25 anni, che è da poco diventata mamma per la terza volta. Si chiama Alessandra e i nostri ricordi sono legati a quell’età che va approssimativamente dai 14 ai 19 anni, gli anni delle fantomatiche scuole superiori.

Sono ricordi di batticuori e disagi, di primi amori e assaggi di libertà, di stupidaggini e grandi risate, insomma, di tutte quelle grandi e piccole esperienze che caratterizzano quegli anni che ci conducono dalla giovinezza all’età adulta.

Dopo quel periodo lungo di frequentazione quotidiana dovuta alla scuola, siamo sempre rimaste in contatto negli anni, esultando reciprocamente e sempre dei traguardi personali di una e dell’altra, pur non vedendoci spessissimo.

Figuratevi la mia esplosione di felicità quando ho saputo che anche lei, come pochissime mie amiche, devo ammetterlo, si sarebbe affacciata sul davanzale delle “mamma di tre” (e lei con tre parti effettivi, mica come me che con sole due gestazioni mi sono aggiudicata la tripletta!).

Insomma, dopo una serie di botta e risposta su whatsapp e incastri vari dettati, appunto, dal nostro essere entrambe plurimamme, a circa un mese dalla nascita dell’ultimo arrivato, siamo riuscite finalmente a incontrarci.

Mi sono recata da lei in un pomeriggio di caldo afoso di fine luglio insieme a Sebastiano, uno dei miei tre, e riscoprirla nuovamente neo mamma a distanza di qualche anno ormai dalla nascita del penultimo figlio mi ha commossa ed emozionata.

Soprattutto, appena l’ho vista oltre la porta d’ingresso di un appartamento che aveva tutte le meravigliose caratteristiche delle case di campagna che tanto mi piacciono, ho avuto la fortuna di riconoscere chiaramente sul suo viso quello sguardo un po’ così.

Quello che chiamo “lo sguardo un po’ così” è quello sguardo che hanno non le mamme, ma tutte le donne in gravidanza e le neo mamme. E’ uno sguardo caratterizzato da una dolcezza enorme mista a un senso di incoscienza, inadeguatezza e dedizione che sfocia, inspiegabilmente, in forza granitica.

Sì perché, diciamocelo chiaramente, se in quel momento non avessimo addosso quel carico di dolcezza, di spirito di sacrificio, di garbo, di passione, ma anche di incoscienza, innocenza e di forza, chi mai ce lo farebbe fare di diventare mamma?

Di faticare, lavorare, sopportare, nutrire, dedicarci totalmente, soffrire finanche, per un altro essere vivente? Nessuno.

E allora credo sia proprio per questo motivo che la natura ci mette in corpo tutte quelle componenti meravigliose che ho citato sopra e che, mescolate pazientemente insieme, generano quello sguardo un po’ così.

Uno sguardo languido ma intenso, debole ma forte, dolce ma deciso, taciturno ma chiassoso, essenziale ma complesso, sorridente ma malinconico, soffice ma spigoloso. Un vero caleidoscopio di colori contrastanti ma legati assieme.

E’ uno sguardo che io ormai noto a distanza perché ci sono già passata e che, pur riconoscendo di non averlo più perché è tipico di quel periodo tutto sommato circoscritto a pochissimi mesi che è il puerperio, mi emoziona e incuriosisce follemente e sempre.

Alessandra se ne stava lì, sfacciatamente bella e disinvolta nelle rotondità morbide del suo essere neo mamma (spero per l’ultima volta, Ale, abbi pazienza, ma adesso basta!) e mi piazzava fra le ciglia quello sguardo lì, che io riconoscevo per averlo avuto a mia volta, ai tempi, ma che sapevo perfettamente superato e archiviato in quei mesi che avevano seguito la nascita dei miei pupi.

Credo fermamente che lo sguardo delle neo mamme, così come quello delle future mamme, quelle ancora col pancione per intenderci, sia un qualcosa che le avvicina al divino, rendendole creature che poi, alla fine, quasi non appartengono a questo mondo. E questo indipendentemente dal fatto che siano al primo, secondo o terzo figlio.

E’ uno sguardo che ti si appiccica agli occhi solo se hai fra le mani un neonato di pochi mesi e gli ormoni, le paure, i sentimenti legati a quella presenza timida ma prepotente che fino a poco tempo fa non potevi conoscere. Poi lo perdi, anche se di quello sguardo rimarranno per sempre l’incanto e le sfumature più intense.

A fine visita, che poi più che una visita è stata un uragano di emozioni, ricordi, risate e euforia (nel frattempo ci ha raggiunte anche Giovanna, altra cara compagna di quegli anni passati), ho riposto questi pensieri e sensazioni in un angolino del mio cuore, certa che, già al prossimo incontro, quello sguardo inconfondibile non l’avrei scorto più.

Ho promesso a Samuele, il figlio di mezzo, che gli avrei scritto una storia (e mi riprometto di farlo, piccolo) e invece, guarda un po’, la storia l’ho scritta per lei, Alessandra, la mia amica di una vita che ho avuto l’onore di incontrare nei giorni caldi, incasinati e meravigliosi del luglio 2017, in cui aveva il suo personalissimo sguardo un po’ così…

 

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