Dal giorno in cui ho saputo che era candidata (e favorita) al Premio Strega 2017 mi sono detta: “Devo leggere il libro della Ciabatti”. Poi, devo ammetterlo, sono arrivata un po’ lunga coi tempi e mi sono decisa a leggerlo solo quando ho appreso che il Premio Strega non l’aveva vinto e, anzi, aveva scritto questo pezzo secondo me fantastico, che è la cronaca della mia sconfitta. Ciò che me l’ha resa simpatica, a parte la lucidità mista a sarcasmo della sua scrittura (una scrittura nervosa, convulsa, eppure affascinante), è la seguente affermazione: “La verità è che, in vita mia, non ho mai vinto niente”.

Così, mi sono fiondata a procurarmi il libro.

Premessa. Le prime 35 pagine le ho lette a fatica. Il libro è introspettivo e autobiografico, narra le vicende famigliari della Ciabatti che ci trascina nella sua vita raccontandoci particolari anche tralasciabili della sua infanzia e adolescenza e più di una volta mi sono sorpresa a chiedermi: “E allora?”. Lo stile, personalissimo, può anche non piacere. Graffiante, spiazzante, grottesco.

Dalla 36esima pagina in avanti sono riuscita a calarmi nella storia, ad affezionarmi ai personaggi spesso odiosi o marginali e a provare vicinanza e tenerezza per la Teresa bambina, pur non immedesimandomi in lei (non sono mai stata grassa, né viziata, né ricca. Difficile rispecchiarmici. Eppure quella bambina avevo voglia di abbracciarla…).

Ciò che me lha resa cara è stato il coraggio e l’onestà intellettuale di mettersi a nudo e raccontare una realtà tutto sommato scomoda, scandalosa anche, e a tratti deludente, ma che ho avvertito essere estremamente importante per la Ciabatti di oggi.

Perché l’obiettivo del racconto è trovare una risposta alle domanda: “Chi è Teresa Ciabatti?” e soprattutto: “Le mie vicende di famiglia, con un padre potentissimo ma enigmatico, una madre inizialmente dissidente e poi depressa, un fratello gemello che quasi non si sente, hanno contribuito in che misura a rendermi la Donna che oggi sono?”.

Alla fine non siamo tutti figli delle esperienze che abbiamo vissuto, delle persone che abbiano incontrato, dei sapori che abbiamo assaggiato?

Il libro è un grande ritratto dell’alta borghesia italiana dagli anni ’70 a oggi, con la sua opulenza e prosperità, ma anche con i suoi segreti, scandali e controsensi.

La sensazione che ho provato, da lettrice, è stata a volte quella di spiare una famiglia dalla serratura di una porta e altre volte quella di sentirmi trascinata, mio malgrado, nella vita dell’autrice, lontana anni luce dalla mia, eppure autentica. E anche la sensazione di realizzare come spesso ci siano dei meccanismi dei massimi sistemi che sono lucidissimi e ragionati anche se a noi, povere anime, ci sfuggono.

A conti fatti, ho divorato il libro in due giorni e, alla fine, mi è spiaciuto staccarmi dai personaggi con cui avevo familiarizzato. Avrei voluto saperne di più, Teresa. Che fine ha fatto quella bambola parlante? La testolina di polistirolo tua nonna non l’ha mai voluta indietro? Sei più passata dalla villa al Pozzarello? E quell’uomo di cui continuavi a sognare, alla fine, chi era?

Chapeau a Teresa Ciabatti per il coraggio di essersi messa a nudo facendo luce su un’esistenza ossessionata dall’identità del padre e per essersi addentrata in una ricostruzione di colpevoli e moventi che in realtà, così come in tutte le realtà, sfuggono.

Per essersi autodefinita senza remore come viziata, provinciale, anaffettiva, grassa: la più amata…

Volutamente non aggiungo altro, poiché è un libro che va letto e assaporato lentamente.

I libri del cuore sono quelli che ti scavano dentro, quelli dai quali fatiche a separarti, quelli i cui personaggi ti ritornano alla mente, anche a distanza. Sono quei libri che rileggeresti.

“La più  amata” è uno dei libri del mio cuore.

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Titolo del libro: La più amata

Autrice: Teresa Ciabatti

Genere: Autobiografia

Casa Editrice: Mondadori

Pubblicazione: Febbraio 2017

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