Ai nostri tempi, e parlo di noi bambini degli anni ’80, la prima gita la affrontavi in prima o seconda elementare. Normalmente si trattava di una visita a una cascina della zona o di una camminata nei boschi, appena fuori dalle porte della città.

Della prima gita non era importante tanto la destinazione, quanto il vissuto emotivo di noi bambini, elettrizzati dalla novità ed emozionati perché per la prima volta avevamo la possibilità di vivere un’avventura soltanto nostra e in compagnia dei nostri amici.

Poco importava se ti dovevi mettere davanti sul pullman perché rischiavi di vomitare (mentre gli altri stavano dietro, nei posti più ambiti, dove era concesso far casino) e se tua madre ti aveva messo in testa quel foularino da sfigata o ti aveva pettinata con le trecce arrotolate a mo’ di cipolle sopra le orecchie:

La prima gita era un evento epocale e spesso la aspettavi per un anno intero.

La sera precedente faticavi ad addormentarti, tanta era la trepidazione. E la mattina del fatidico giorno ti svegliavi ancora prima che la sveglia suonasse. Controllavi mille volte lo zainetto, azzardavi persino un pantaloncino corto che, si sa, la gita di solito la organizzano a primavera inoltrata scongiurando il maltempo.

Insomma, la prima gita è una cosa che non ti scordi più, anche se alla fine vomitavi davvero, anche se finivi nella pozzanghera scendendo dl pullman, anche se pioveva e il k-way te lo eri dimenticato.

E’ quella compagna che tenevi per mano, quella merendina mangiata di nascosto sul pullman, i panini col prosciutto cotto e il philadelphia e il succo di frutta che normalmente non ti era concesso perché costava troppo.

Vedere i miei piccolini partire per la loro prima gita mi emoziona in questi giorni, più di quanto mi abbia emozionato ai tempi di Dudi, la mia prima bimba. Forse perché mi rendo conto che queste sono le ultime “prime gite” a cui assisto (credo ragionevolmente che non avrò altri figli) e la cosa mi crea un piccolo moto di malinconia.

Forse anche perché mi riavvicina alla bimba che sono stata. Che si sentiva sempre un po’ impacciata e che viveva ogni cosa con una serietà oltre misura rispetto all’età che aveva.

Mi chiedo cosa rimarrà ai miei piccoli di queste loro prime gite: un ricordo vago? Il profumo della primavera e dell’erba tagliata? La mamma che li accoglie con un abbraccio al rientro? La sensazione sfacciata di indipendenza e libertà? Chissà…

Tante cose sono cambiate rispetto ai nostri tempi: intanto, la prima gita si affronta il primo anno di asilo, se non addirittura al nido. Le destinazioni non sono mai scontate e spaziano dalla fattoria didattica al castello con ambientazione da film. Durante la giornata non mancano laboratori didattici e attività ludiche per fasce d’età.

Insomma, mete e attività non da poco.

Oggi i bimbi hanno zainetti ergonomici e super alla moda, un cartellino appeso al collo per identificarli (noi manco ci pensavamo ad allontanarci, per la paura di perderci), stivaletti e mantellina in caso di maltempo, pullman di ultima generazione con pilota automatico (mica quegli scatafasci degli anni ’80 a cui eravamo abituati noi, in cui l’odore di vomito persisteva sui sedili dalla gita precedente).

Sembrano più smaliziati rispetto ai bambini che eravamo noi, ostentano sicurezza già soltanto dal loro intercedere veloci e baldanzosi fuori da scuola. Mostrano un’autonomia e una capacità di adattamento che noi alla loro età ci sognavamo.

Eppure, rifletto osservandoli da lontano, c’è una cosa, soltanto una, che è rimasta romanticamente invariata: quelle manine che si stringono a due a due. Il compagno che ti è stato assegnato all’uscita dalla scuola, prima di salire sul pullman, è quello che dovrai tenere per mano nelle ore a seguire. Non importa se siete amici fraterni, se ti è simpatico o se suda copiosamente. E’ il tuo compagno speciale della giornata e quella mano, oggi, non gliela mollerai più…

Ecco, probabilmente il mistero e la magia della prima gita, oggi come allora, risiede proprio lì. Fra le pieghe di quelle mani che si stringono.

 

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