Novembre 2002

Sono una ragazza di 26 anni.

Sono giovane, spensierata. Il mio viso è fresco, nonostante i vodka tonic di ieri sera lascino ancora il loro segno sotto le palpebre.

Non so che cosa ne sarà del mio futuro, anche se un lavoro sicuro mi aiuterà senz’altro a trovare un minimo di equilibrio in quello che è quel gomitolo di relazioni, casini e impegni che è la mia vita in questo momento.

E’ per questo che sono qui, in questa sala d’aspetto. Attendo di fare la visita oculistica e gli ultimi accertamenti che mi condurranno al mio primo impiego a tempo indeterminato. Evviva.

Non ho figli e non so se ne avrò, anche se amo i bambini a dismisura, da sempre, e guardo ogni mamma con una curiosità perversa.

Mentre penso quello che pensano tutte le ragazze di quest’età, osservo entrare dalla porta della saletta una bimba sì e no di 5 anni. I suoi capelli chiari e dritti e i suoi occhi cerulei mi colpiscono. E’ carina, nel complesso, ma ha movenze lente e due guance insolitamente gonfie, troppo gonfie, penso io e pensano gli altri insieme a me.

La madre, che la accompagna, leva tutti noi dall’imbarazzo dicendo subito all’infermiera che la sua bimba è affetta da una patologia che le causa grossi problemi respiratori. Per questo chiede che le venga dato un occhio di riguardo e, magari, che l’attesa sia contenuta.

Si accomodano sulle sedie, mamma e figlia, e aspettano così la chiamata per la visita. La bimba respira a fatica. Io le guardo, ma di nascosto, perché quelle guance mi impressionano, devo ammetterlo.

Ha una valigetta con sé, quella donna, piena di tubi e cannule che ogni tanto ficca amorevolmente in bocca alla sua piccola affinché riesca a respirare un po’ meglio. In quei momenti le guance della bimba si sgonfiano.

“Così è bella”, mi ritrovo a pensare.

Ai gesti di cui sopra, di estrema cura e dedizione, ne abbina altri di tenerezza e prossimità infinita: carezze, buffetti e abbracci tutti riservati alla sua bimba. Una bimba che mi trovo a pensare essere difettosa, ma non certo per lei, che la tratta con estrema naturalezza.

“Alice” la chiama e io penso che quello che ha scelto sia il nome che più di tutti simboleggi l’infanzia, l’età della spensieratezza, della purezza, della meraviglia infinita. Una bambina non puoi non chiamarla Alice, mi dico.

Gli sguardi della gente lì attorno non toccano minimamente quella mamma, perché lei davvero guarda oltre ed è concentrata soltanto sulla sua creatura.

Gli occhi della piccola, invece, vagano tutt’intorno, sulle pareti, le seggiole, ma soprattutto su di noi, guardoni incuriositi. Questo perché probabilmente sono occhi costretti a essere osservati con circospezione, penso.

I nostri sguardi, i miei e quella della bimba, si incrociano per una frazione di secondo che basta a me per dirle “Mi dispiace”, perché davvero sto pensando che mi spiace vedere una bimba così, con quelle guance e quei tubicini propinati, e a lei per rispondermi “Che me ne frega”.

Quando sei difettoso è perché magari lo sei da sempre e il giudizio degli altri non ti serve.

A un certo punto la mamma, quasi svegliandosi da un antico torpore, si accorge che Alice sta osservando una piccola neonata sudamericana in braccio a un’altra mamma. Così, lentamente, si alzano mano nella mano per andare a vedere quella bimba così normale. Alice la indica sorridendo e la sua mamma chiede all’altra: “Come si chiama?”. E quando questa le risponde, lei commenta: “E’ bellissima” e torna al suo posto con la sua bimba sempre per mano.

Se la sistema bene sulle ginocchia con un unico gesto vigoroso e le sfrega sistematicamente e teneramente la pancia e le braccia per un bel po’. E insieme continuano l’attesa, lunga, sorridendo.

Io mi domando come la donna abbia potuto pronunciare così spontaneamente quelle parole, senza una briciola di invidia per quell’altra e di risentimento verso una sorte forse beffarda che l’ha destinata a sostitutrice di cannule. Verso una sorte che ha relegato la sua bambina fra quelle diverse.

Non devo pensarci a lungo, però, perché  la risposta la trovo nei suoi occhi che non hanno esitato un solo istante né alla vista della neonata perfetta, né nei confronti della sua piccoletta:

Perché per lei la sua Alice è la bimba più bella e speciale del mondo…

 

 

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