Ai miei tempi in prima elementare si usava la matita. Questo ti permetteva di scrivere, accorgerti che avevi sbagliato, cancellare e riscrivere correttamente.

A partire dalla seconda elementare veniva introdotto l’uso della penna, blu o nera. Non è che non avevi più diritto di sbagliare, ma se lo facevi e te ne accorgevi, anziché cancellare, dovevi tratteggiare sotto la parola o il numero errato e scriverlo accanto o sopra correttamente. La dinamica mi sembrava dignitosa: non ti veniva tolta la possibilità di sbagliare, l’insegnante coglieva il tuo errore, ma anche il fatto che ti eri ravveduto, scrivendo poi correttamente.

A un certo punto inventano la fantomatica penna cancellabile che, ai miei tempi, aveva soltanto un nome: la Replay (da leggere con tono fantozziano).

La Replay ha segnato un cambiamento epocale: anche ciò che scrivevi a penna si poteva cancellare! Alcuni di noi la usavano, ma le insegnanti non gradivano e scrivere per poi cancellare se avevi commesso un errore equivaleva un po’ a bleffare.

Così, l’uso della Replay era vivamente sconsigliato. Mettiamoci poi anche il fatto che la suddetta penna era cancellabile sì, ma con risultati non ottimali. Spesso si vedevano sulla pagina tracce dell’errore e se i tentativi di cancellare erano diversi il foglio si poteva persino strappare. Per non parlare, poi, della riscrittura sopra la cancellatura! Un vero disastro.

Forse anche per questi motivi, la Replay nel mio astuccio non ha mai preso piede.

Ma veniamo ai tempi nostri.

L’anno scorso Dudi ha frequentato la prima elementare e, come ai miei tempi, ha utilizzato la matita tutto l’anno. A partire dalla classe seconda gli insegnanti richiedono l’acquisto della penna cancellabile.

Supero il mio scetticismo iniziale e mi dirigo in cartoleria, alla ricerca della Replay, ignara del fatto che, negli ultimi 30 anni, il mondo delle penne cancellabili abbia fatto passi da gigante.

Apprendo dalla cartolaia che esiste il non plus ultra delle cancellabili che è la Pilot Frixion (già il nome è tutto un programma): la penna cancellabile a frizione. Ha un inchiostro speciale che diventa invisibile quando si scalda; se si strofina il gommino sul tratto la frizione produce il calore necessario a cancellarlo, senza lasciar tracce.

Ottimo!

Al primo acquisto rimango colpita, povera ingenua, dall’espressione penosa con cui la cartolaia mi guarda. Non ne capisco il motivo (ma lo capirò a distanza di una settimana…). La tapina pare anche vergognarsi del prezzo della penna in questione (che supera i 3 euro) e mi annuncia che però vende anche la confezione da 3 refill (le fantomatiche ricariche) al costo di circa 4 euro.

“Ma sì, che sarà mai. All’incirca 8 euro per una penna che, assieme alle sue tre refill durerà tutto l’anno”, dico io ridendo.

Ecco, qui mi sbagliavo: la penna iniziale durerà un anno soltanto se tuo figlio non la smarrirà, non la romperà (tipo calpestandola a morte) o non se la farà fregare. Le tre refill dureranno, sempre se tuo figlio non le perderà, romperà o presterà, al massimo 4-5 settimane.

Nel momento in cui realizzo tutto ciò:

  1. mi torna alla mente l’espressione di estrema pena che aleggiava sul volto della cartolaia e ne riconosco con lucidità la motivazione;
  2. faccio un rapido conteggio di quanto mi toccherà spendere durante l’anno per l’acquisto di penne e ricariche di colori diversi (troppo);
  3. mi chiedo se non si stava meglio quando si stava peggio e ai bimbi veniva concessa l’opportunità di sbagliare, tratteggiare e riscrivere correttamente (senza dover cancellare l’errore in maniera indelebile);
  4. comincio a fantasticare circa l’esistenza di diaboliche lobby fra maestre e produttori di penne cancellabili.

Ecco, queste sono state le mie primissime considerazioni di basso livello (lo ammetto) che oggi mi fanno odiare le penne cancellabili e per cui ne propongo l’eliminazione.

Una piu attenta osservazione della questione, mi suggerisce una serie di considerazioni pedagogico-filosofiche più raffinate che vi propongo:

  1. mi rendo conto che stiamo dando in pasto i nostri bambini a una società che non ammette errori (visibili), che premia la perfezione (apparente) con quaderni puliti da esibire (come trofei);
  2. a furia di cancellare, i quaderni degli alunni saranno tutti uguali, soltanto apparentemente perfetti e non porteranno traccia degli errori da evitare e dei progressi fatti;
  3. veicoliamo l’informazione, errata secondo me, che l’errore è una bruttura da nascondere e non l’occasione per migliorarsi.

Mh… Tutto questo non mi piace.

Io propongo di ritornare alle classiche penne a sfera, con la possibilità di tratteggiare sotto l’errore e correggere sopra o accanto.

In questo modo ogni bambino avrà il quaderno che racconterà (senza vergogna) il proprio percorso, fatto di errori e di progressi; le mamme non spenderanno il proprio stipendio in penne cancellabili e le maestre avranno la straordinaria opportunità di apprezzare gli sforzi fatti dai propri allievi nell’obiettivo di migliorarsi riconoscendo i propri errori.

Perché le nostre storie sono uniche e personali quando contemplano anche i nostri errori, che segneranno pure le nostre esistenze rendendole all’apparenza meno perfette, ma che, caspita, ci permetteranno sempre di ricordare dove e come abbiamo sbagliato.

 E come abbiamo scelto di migliorarci.

 

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