Sono seduta sulla panca di legno dello spogliatoio della palestra, le gambe accavallate, le braccia affaticate per quel troppo portare bimbi in braccio, la tipica espressione svanita di ogni mamma con figli piccoli.

Non sono qui in qualità di atleta, non oggi, no. Sono qui nella mia veste di accompagnatrice della ballerina, mia figlia, che muove i suoi primissimi passi di danza di là, in palestra.

Attorno a me gli altri due bambini, che gironzolano, si pigliano a pugni, si arrampicano e danno sfoggio della vitalità sfacciata e libera dei loro due anni di vita.

Cerco di richiamarli all’ordine, ma sono stanca, terribilmente stanca. Di quella stanchezza che ti penetra in ogni poro e ti rende difficile guardarti attorno, sorridere, anche solo parlare.

Eppure lei la noto, anche se la guardo appena, seduta sulla panca di fronte alla mia. E’ composta, pallida, terribilmente seria. Non so chi sia, non l’ho mai vista prima.

I capelli lisci, castani, incorniciano un volto che a distanza di anni ricordo ancora bene. I tratti del viso sono dolci, ma lo sguardo è uno di quelli che non si posa da nessuna parte, inquieto e distaccato.

Siamo sole in questa stanza fredda. Le altre mamme chissà dove sono. Forse sono andate a farsi un giro dopo aver accompagnato le bambine, aspettando che la lezione finisca.

Scambiamo poche frasi, inutili come gli appendini di questo spogliatoio semi vuoto. Io sono troppo presa a rincorrere con lo sguardo le scorribande dei miei piccoli, lei si dedica a pensieri lontani.

Sembriamo scusarci vicendevolmente del silenzio e del garbo con cui cerchiamo di non darci fastidio. Come a dire: “Va bene così. Non accusarmi se non ti rivolgo la parola, non oggi, almeno”.

Solo a un certo punto prende fiato e mi annuncia di essere la mamma del maschietto del gruppo. Io mi chiedo perché iscrivere un maschietto a un corso di danza. Penso, però, che il mondo è bello perché è vario.

Quasi come se intuisse i miei pensieri, la donna mi sorride, citando Billy Elliot, il bambino ballerino deriso per la sua attitudine alla danza, soltanto perché maschio.

Gli fa bene, dice lei. E’ l’unico spazio tempo che si concedono durante la settimana. Lei non lavora, eppure ne ha di cose da fare. Il lunedì pomeriggio si dedica al suo bambino e lo accompagna a danzare.

La frase mi strappa un sorriso. Penso alla mia esistenza complicata. Al lavoro distante da casa, alla vita da pendolare, alle ore di sonno che mi mancano ogni giorno, alle corse in macchina per accompagnare i bambini.

E a quello spazio tempo del lunedì pomeriggio alla lezione di danza. Una scocciatura per me, perché con i bimbi piccoli devo stare qui ad aspettare, in questo spogliatoio che puzza di muffa e di piscio.

Rimango di nuovo in silenzio. L’odore del cesso ha uno strano potere di annichilimento sulle mie parole. Riesco solo a lanciare qualche occhiataccia ai piccoli che si menano convinti che io non li stia osservando.

Lei riprende la parola, quasi scusandosi. Si domanda come sia la vita di una mamma di gemelli e come io riesca a conciliare tutti gli impegni e dedicarmi anche alla figlia più grande.

A quel punto percepisco che la donna sente il desiderio di parlare con me. Distolgo lo sguardo dai bambini e scavallo le gambe. La guardo dritta negli occhi, sorrido, le dedico tutta la mia attenzione.

Ha voglia di ascoltare, chissà per quale motivo, mi chiedo io. E allora comincio a raccontare, aggiungendo anche dei dettagli comici alla mia storia, così, tanto per sdrammatizzare.

Le racconto di quanto mi sia sentita inadeguata quando ho realizzato che sarei diventata mamma di tre, delle mie paure iniziali, della ricerca di iniezioni di positività da chi mi stava attorno, della sensazione di non farcela.

Le parlo della mia vita arruffata e mentre lo faccio mi accorgo che parlarne mi libera la mente da quella stanchezza che ancora non sono riuscita a scrollarmi di dosso dall’inizio della giornata.

Lei ascolta e chiede dettagli. Sembra voler succhiare energia dai miei racconti fatti di corse, di imprevisti, di aiuti zero. E io, caricata dalla sua curiosità, parlo senza sosta, pecco persino di egocentrismo, descrivendomi come una mamma super impegnata, super dedicata, super incasinata.

Quasi come se percepissero quel vortice di ossigeno e sintonia che transita fra me e lei in quel momento, i piccoli cominciano a esibirsi in corse e piroette e tutte quelle dinamiche infantili tipiche di due mocciosi di due anni.

Lei li osserva con pura meraviglia e incanto e ride. Afferma che avere più figli sia una benedizione del cielo. Io immagino che il suo sia figlio unico e constato che è una donna giovane, credo più di me, e che di altri figli se vorrà ne potrà avere.

Anzi, penso che chissà, magari un altro figlio lo sta cullando già dentro di sé perché anche se abbiamo vinto la timidezza e stiamo chiacchierando come due vecchie amiche, il suo sguardo carico di mistero non riesco a togliermelo dalla testa.

Ridiamo a lungo insieme, mentre assaporiamo la semplice normalità di un pomeriggio d’inverno trascorso a chiacchierare fra le quattro mura dello spogliatoio fatiscente di una scuola elementare.

La lezione è quasi finita, ormai. Raccogliamo le borse dei nostri ballerini per dirigerci verso di loro, chiacchierando ancora. I nostri sguardi si sono fatti più distesi, le nostre espressioni più libere. I miei due piccoli ci trotterellano intorno ancora.

E’ soltanto quando ci dirigiamo nuovamente nello spogliatoio per rivestire i ragazzi, che mi rivela di avere un altro bambino più grande a casa con i nonni che li sta aspettando. E che deve sbrigarsi per raggiungerlo.

Ah… ma allora vedi che non avevo capito niente. Dai discorsi fatti pensavo che lui fosse figlio unico. Invece no, ha un fratello più grande, chissà che magari la prossima volta io non lo possa conoscere…

E’ lì che il suo sguardo si rabbuia nuovamente, che i tratti del viso ritornano a essere quelli duri dell’inizio. Quell’altro è un bambino diverso. E’ un bambino che non parla, non cammina, non esce di casa. E’ un bambino difettoso.

In quell’istante attorno a me è calato il silenzio. Il buio. Se solo avessi potuto riavvolgere il nastro, avrei cancellato il mio stupido monologo. Le lamentele, le risatine, il racconto egocentrico delle mie prodezze di mamma impegnata e dedicata…

A fine lezione, avevo ricevuto la lezione più grande. La lezione che non ti aspetti. Quella mamma era rimasta ad ascoltare tutto il tempo i miei racconti. Aveva chiesto dettagli, approfondimenti, quasi a voler completare un quadro di normalità che a lei mancava.

Quella donna mi aveva insegnato in pochi minuti a valutare e presentare sempre la propria realtà come una palla che può essere guardata da varie angolazioni, assumendo sfumature e riflessi diversi a seconda del punto dal quale la si osserva.

Lei era una mamma che viveva complicazioni ben più grosse delle mie e io, senza un minimo di empatia, avevo snocciolato velocemente e con superficialità le mie incombenze quotidiane di super mamma, senza chiedermi nemmeno che tipo di mamma fosse lei.

Non ho avuto il coraggio di guardarla negli occhi mentre mi salutava ringraziandomi per quell’ora di chiacchiere. L’ho vista correre via veloce, in un soffio, con il suo bambino biondo per mano.

E io, giuro, mai mi sono sentita così piccola e inadeguata come quel pomeriggio. Mentre rivestivo i miei bimbi avrei voluto nascondermi, tanto mi vergognavo, come fanno i bambini quando si accorgono di essere nudi.

Annunci