E’ quasi Natale e quello che provo quest’anno è un profondo senso di colpa e di vergogna.

Mi ritrovo a pensare al menù di Natale, agli ultimi acquisti, alla ricetta per cuocere al meglio il polpo con le patate. Questi pensieri assumono sfumature grottesche se paragonati alle immagini dei bambini di Aleppo che ancora in questi giorno  circolano in rete.

Sapete di cosa sto parlando.

Penso alla foto del bambino ripreso di spalle con addosso una maglia più grande di lui e una pentola stretta in una mano, che vaga come un fantasma fra le macerie, o del bimbo impolverato in ambulanza, o a quella dei due fratellini che si abbracciano stretti in mezzo a quell’inferno.

Bambini identici ai miei, eppure disperati, annebbiati, impolverati. Bambini con il sangue raggrumato sul viso, sulle gambe, fra i capelli. Bambini dagli sguardi rotti, senza ritorno.

Sono immagini che colpiscono profondamente, ma che cascano rapidamente nel cestino dell’indifferenza. Il motivo, l’ho già detto, è che siamo nati dalla parte giusta (per ora) della terra e quando hai il sedere appoggiato su un cuscino caldo e morbido, insomma, non è che stai troppo scomodo e che ti frega poi tanto dei guai altrui.

Di coloro che, invece, stanno dalla parte sbagliata della terra.

Potrete dirmi, e non avreste torto, che la guerra in Siria non è mica iniziata ieri e che sono un’ipocrita a tirare fuori quest’argomento adesso che è Natale.

Vedete… C’è un fatto. Quando sei mamma sei mamma di tutti i bimbi del mondo, non soltanto dei tuoi. Hai un dovere di cura e attenzione enorme, esteso a tutti. E così, non riesci a pensare con distacco a quello sguardo dei piccoli di Aleppo. E lo confronti con quello dei tuoi di bambini. Bambini ordinati, puliti, profumati. Non puoi non immaginare i tuoi di bambini là sotto le macerie. Impolverati, sfiniti, spaventati, ammaccati.

Penso agli sguardi dei bambini di Aleppo, identici a quelli dei bambini del Ruanda, dell’Olocausto, del Sudan, dell’Iraq, di Sarajevo, dei bambini sui barconi affondati al largo delle nostre coste. Sono sguardi di bambini che hanno paura.

Sono sguardi che nessuna mamma, nessun uomo, nessun essere vivente dovrebbe riuscire a sostenere senza provare vergogna. Sono sguardi che meriterebbero un’interruzione dei nostri deliri di adulti, al di là delle strategie politiche e delle motivazioni sociali.

Ci penso ancor di più adesso che è Natale, perché lo spirito di pace dovrebbe aleggiare nell’aria e io oggi non riesco a pensare al Natale  in questo modo qua. Ai miei bambini sommersi dai regali e a quegli altri sotto le macerie.

E’ questo quello che penso seduta sulla poltroncina rossa del teatro in cui sto assistendo alla recita di Natale di Dudi. Provo imbarazzo e tanta vergogna e vorrei nascondere la faccia dinnanzi ai bimbi che cantano “Santa Claus is coming to town” e sorridono. Innanzitutto per l’enorme palla di Babbo Natale e poi perché il mondo che stiamo preparando per loro è un mondo di merda e piuttosto distante da quanto descriviamo con le nostre belle favole popolate da folletti, elfi, renne e fatine.

Alla base di tutto rimane l’incapacità di noi adulti di fermarci davanti a un bambino disperato. L’incapacità di capire che, qualsiasi idea di mondo possiamo avere noi adulti, tutto si dovrebbe fermare davanti a un bambino che soffre e ha paura.

Il nostro Natale ha tutte le palline rotte se non riusciamo a pensare di voler interrompere questo orrore. Riuscire a sostenere lo sguardo davanti ad anche uno soltanto di questi sguardi rotti è un atto di viltà di cui dobbiamo vergognarci.

Se i bambini dagli sguardi rotti li guardiamo con indifferenza perché non sono i nostri, beh, abbiamo fallito come genere umano.

Che cosa meravigliosa sarebbe se, una volta tanto, il potere decidesse di stupirsi da solo scegliendo di usare il potere di fermarsi.

 

Annunci