Amo il Natale.

Da sempre.

I miei ricordi di bambina sono impigliati fra Milano e Salerno, le due città fra le quali trascorrevo le feste. E sono ricordi dolci e morbidi, come lo zucchero filato.

Sono ricordi costellati di persone che oggi non ci sono più o che sono invecchiate,  ma delle quali conservo immagini nitide e intense che mi fanno pensare a quegli anni con una tenerezza e un incanto che faccio fatica a descrivere.

Sono ricordi di luminarie sfavillanti e di fumo gelido che esce dalle narici, mentre affondo le manine nelle tasche del cappotto e rido a pieni polmoni insieme a mio fratello, che mi cammina accanto.

Sono le mattine a casa da scuola, a farsi viziare e coccolare da zia Immacolata, che ci compra decine di confezioni di barrette kinder e prepara patatine fritte a nastro per renderci felici.

E’ l’albero di Natale imponente in Piazza del Duomo e noi bambini che ammiriamo sognanti gli zampognari e i signori delle caldarroste, anche se non abbiamo il coraggio di chiedere alla mamma di comprarcele.

E’ quella notte che arriva la neve e te ne accorgi dal silenzio ovattato che avvolge il mondo la mattina successiva. È il tuffo al cuore quando la coltre bianchissima ti sorprende oltre la tenda.

Sono ricordi di regali da impacchettare con cura con la carta riciclata l’anno prima, perché è vero che per noi bambini Gesù Bambino è già in viaggio, ma qualche regalo in famiglia ce lo scambiamo lo stesso.

Sono le valigie da preparare e da mettere sul portapacchi; il viaggio è lungo, l’automobile di papà è già zeppa e lui di notte non viaggia mai, perché non ci vede bene da un occhio.

Sono ricordi di fritture di gamberi, triglie e calamari. E nostra nonna col grembiule a fiori che ci stringe e ci bacia e quasi non sa come fare per farci capire che ci vuole bene anche se viviamo tanto distanti.

E’ il tavolo dei bambini, anche se ogni anno qualcuno di noi pretende di mangiare di là, insieme ai grandi. Giusto per vedere l’effetto che fa.

E’ il caldo asfissiante in casa dei miei nonni, d’inverno come d’estate. Per il troppo cucinare, per i termosifoni accesi, per quel centinaio di parenti che fanno avanti e indietro da un’abitazione all’altra.

Sono i botti di Capodanno che mi terrorizzano, anche se percepisco l’atmosfera di grande festa. E il nonno e la nonna che gettano qualche piatto dalla finestra, così, come buon auspicio per l’anno nuovo.

Sono i miei cugini tutti, quelli dalla parte del papà, con cui ci ritroviamo e tante sono le storie, i racconti e le risate da scambiarsi. Insieme a qualche litigio per chi si mangia l’ultimo mustacciolo o le pasticelle che ha preparato zia Laura.

E’ il tavolo imbandito di ogni ben di dio, la notte di Natale, che da noi il pesce la fa da padrona e arriva dritto dritto dalla pescheria e zio Gerardo non mi fa mai mancare le olive verdi, che mi piacciono tanto.

Sono ricordi di tombolate con tesserine ingiallite dal tempo e bucce di mandarini a coprire i numeri estratti. Che i vecchi ci sentono poco e i bambini ripetono ogni numero urlando.

Sono le passeggiate nella Salerno vecchia alla scoperta  delle chiese con i presepi più belli e il luccichio del lungomare con le palme illuminate e gli alberi di mandarini lungo i marciapiedi.

Sono ricordi impregnati dell’odore del mare e anche stavolta guardiamo con malinconia le onde infrangersi sulla battigia, mentre mia cugina e io sgranocchiamo mandorle caramellate.

Sono mia mamma e mio papà che profumano di buono, anche se poi finiscono sempre per litigare e io e mio fratello inventiamo mille trucchetti per far sì che facciano pace pure questa volta.

E’ quella sensazione di pura meraviglia e menefreghismo di noi bambini che ascoltiamo i discorsi dei grandi, che anche questa volta dicono che un anno è passato e quello nuovo sta per arrivare…

 

 

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