Conoscete anche voi le famigerate chat di classe?

Di solito, nascono già durante la prima riunione di inizio anno, quando un rappresentante, o uno dei genitori più spigliati, propone: “Facciamo un gruppo WhatsApp?”.

Notoriamente le reazioni dei presenti sono di due tipi:

  • Genitori contrari alla proposta: sanno che di solito non si fa un uso corretto dello strumento e che, il più delle volte, la chat di classe anziché un mezzo volto a scambiarsi informazioni sulla vita scolastica diventa qualcosa di molto simile a conversazioni fra portinaie o da cazzeggio da bar. Sanno anche che alcuni genitori ne faranno un uso sconsiderato e già immaginano le trecentosettanta notifiche quotidiane in arrivo (di cui trecentosessantanove perfettamente inutili). Nonostante ciò,  i contrari si vergognano a dire che non sono favorevoli e soccombono;
  • Genitori favorevoli alla proposta: sono genitori social, che passano buona parte della giornata a chattare, che amano tenere lo smartphone fra le mani e infarcire i messaggi con faccine e cuoricini, che si divertono coi messaggi vocali e chi più ne ha più ne metta. Loro sono entusiasti, rispondono subito: “Ma certo!”, battendo allegramente  le mani.

Gli insegnanti, che siano della scuola dell’infanzia o delle scuole di primo o secondo grado, si guardano preoccupate fra loro e minimizzano, nell’intento di depistare i favorevoli: “Ehm… Ma no, Non occorre la chat di classe. Ci pensiamo noi a recapitare gli avvisi e le informazioni attraverso i rappresentanti o usando le comunicazioni scritte sul diario”.

Niente da fare, i più volenterosi stanno già facendo girare fra i banchi un foglio con indicato: Nome Bambino, Nome Genitore, Numero di Telefono.

Tutti, volenti o nolenti, indicano i propri dati. I più furbi riportano il numero di telefono del consorte pensando: “Tiè. Adesso questa rogna te la smazzi tu”. I più diabolici indicano un recapito falso (salvo essere richiamati all’ordine, alla prima occasione utile, dall’amministratore del gruppo e reinseriti con il numero corretto).

Va bhe, basta, ormai facciamo parte della chat di classe. Cosa che va bene quando abbiamo un bambino, ma vuoi mettere con due, tre o quattro figli all’attivo? Considerando che, per ogni figlio, sei iscritto come minimo al gruppo classe, al gruppo nuoto, a quello di danza e dei compagni di merenda… E’ un vero incubo.

Comunque, questi gruppi WhatsApp hanno di solito nomi che non spiccano per la fantasia di chi li ha creati, ovvero: “Quelli della seconda A”, o “Genitori sezione Gialla”, oppure “Sez Blu Scuola Materna”. L’immagine del profilo è normalmente una foto della scuola o una foto di un oggetto che richiama il colore o la lettera della sezione.

Le chat di classe, bisogna ammetterlo, nascono sempre con le migliori intenzioni, ovvero per scambiarsi rapidamente e democraticamente preziose informazioni sulla quotidianità scolastica e per “fare gruppo”. E’ solo dopo qualche tempo, quando i freni inibitori di ogni componente sono caduti, che si tramutano in strumenti odiosi e odiati in cui alcuni genitori danno davvero il peggio di sé con messaggi fuori luogo, violazioni della privacy, notifiche non richieste e con una frequenza inimmaginabile.

Quando alla scuola dell’infanzia, l’altro giorno, durante la riunione, hanno proposto di creare la chat di classe ho provato una sensazione di soffocamento realizzando che, oltre alla chat del lavoro, a quella della classe di Dudi e a quella del nuoto, me ne toccavano di default altre due: la chat di classe della sezione blu (quella di Chicchi) e della gialla (quella di Paco). Siccome facevo parte dei genitori contrari, alla fine mi sono vergognata di dire che non ci sarei stata, però ho pensato:

Atteniamoci almeno a un semplice Vademecum!

E così, ho buttato giù le prime idee che mi sono saltate in mente dopo essermi morsa la lingua per tutto lo scorso anno solare quando avvertivo l’ennesima notifica della chat di classe di Dudi che quest’anno è in seconda elementare:

  1. Si prega di fare buon uso dello strumento in questione: la chat di classe serve a scambiarsi informazioni sulla vita scolastica e non gossip, indiscrezioni, pettegolezzi. Non ce ne frega niente se la maestra Maria Teresa è rimasta incinta o se il conducente dello scuolabus si è fatto il tatuaggio.
  2. Le faccine. Parliamone. Soffro di una idiosincrasia nei confronti degli emoticons, eppure mi ritrovo ad usarli anch’io… Per la comunicazione in chat diventano fondamentali per dare un senso al proprio messaggio e renderlo immediato ed evocativo, però evitiamo di inserire una faccina dietro l’altra.
  3. I fuori tema. Poiché le chat di classe sono popolate prevalentemente dalle mamme, sappiamo bene che una delle connotazioni dell’essere donna è la naturale predisposizione alla divagazione. Non si capisce mai per quale motivo si sia iniziato a parlare del compito di matematica a pag. 13 e dopo solo 7 notifiche ci si stia scambiando la ricetta delle polpette di melanzane!
  4. La punteggiatura, questa sconosciuta. Forza, genitori. E’ vero che stiamo chattando e che l’informazione di servizio deve essere immediatamente fruibile e veloce, ma non dimentichiamo la punteggiatura. Sarò anche una maestrina, ma credo fermamente nell’autorevolezza di punti, virgole, punti interrogativi ed esclamativi (messi al posto giusto, ovviamente, altrimenti è meglio non metterli!)
  5. Le catene di Sant’Antonio non sono ammesse. Nonostante le buone intenzioni di tutti, c’è sempre una mamma, a un certo punto, che si lascia tentare e pubblica una di quelle catene di Sant’Antonio becere e dalla lunghezza di un papiro. Queste si concludono sempre con la frase: “Se non manderai questo messaggio a 10 amici nei prossimi 20 secondi sarai perseguitato dalla sfiga più nera”.
  6. Evitiamo le frasi spezzate. Se dobbiamo fare una domanda evitiamo dieci messaggi distinti del tipo: ciao (primo messaggio) – sono la mamma di Anacleto (secondo messaggio) – avrei bisogno di un’info (terzo messaggio). Va bene che i messaggi non si pagano, ma possiamo scrivere una frase di senso compiuto semplicemente mettendo le parole una di seguito all’altra.
  7. Impariamo a rispondere solo se sappiamo la risposta. Se la mamma di Giacomino scrive: “Mio figlio non ha il quaderno blu in cartella. Qualcuno l’ha trovato nella cartella del proprio bambino?”, i genitori che non hanno rinvenuto il quaderno in questione si asterranno dal commentare: “No” – “Io no” – “Nemmeno io” – “Neanche io” – “No, mi spiace”. Si dà il caso che il genitore che trova il quaderno dovrebbe essere il designato a rispondere. “Sì, ce l’ho io!”.
  8. I ringraziamenti. Noi italiani siamo notoriamente il popolo più maleducato del mondo. Pronunciare la parola grazie alla volte sembra sinonimo di debolezza o eccessiva educazione. Nei gruppi WhatsApp invece, magia! I ringraziamenti imperversano. Ecco un esempio: la mamma di Giuseppe diffonde la foto dell’avviso in cui le maestre annunciano la partecipazione a un’assemblea e quindi un ingresso posticipato degli alunni. Dopo tre secondi la mamma di Paola: “Grazie”. Quella di Anna: “Grazie” (e ci aggiunge un cuoricino). Segue la mamma di Filippo: “Grazie” e ci mette il pollice all’insù. La mamma di Giovanni, che non vuole essere come tutte le altre, mette: “Grazie mille” e aggiunge la faccina con gli occhi a cuore. Nessuno lo scrive, ma il pensiero comune a tutte le mamme in realtà è: “‘Ste cavolo di maestre sempre a fare assemblea stanno!”.
  9. I poveri ignoti. Succede sempre che dopo qualche mese dall’avvio del gruppo, giunga il messaggio di una delle mamme che chiede: “Potete aggiungere la mamma di Camilla?”. L’amministratore non se lo fa ripetere due volte e, con un certo sadismo, la aggiunge: Tutte le altre mamme, soprattutto coloro che erano contrarie alla creazione del gruppo digitano: “Benvenuta!”, anche se pensano: “Volevi restarne fuori, eh? Ma ti abbiamo beccata e da adesso ci sei dentro anche tu”.
  10. Last but not least. Il weekend restiamone fuori. Cari genitori, è vero che ci vogliamo bene e i nostri figli sono la nostra unica ragione di vita, ma almeno durante il weekend non rompiamoci le palle con ‘sti gruppi WhatsApp!

Non so se il fenomeno delle chat di classe sia tipicamente italiano (dovrei indagare. Fra gli amici expat c’è qualcuno che vuole argomentare?), fatto sta che è una pratica in rapida espansione e che soltanto dieci anni fa sarebbe stata inimmaginabile.

Closing: Una mamma l’altra mattina, sul treno, al telefono con un’altra mamma: “Ah, no, non l’ho visto l’avviso sulla porta d’ingresso, no. Oggi pomeriggio ti chiedo di fargli una foto  e di whatsapparmela”.

Nell’udire il termine whatsapparmela, perdonatemi, mi sono venuti i brividi!

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