Sottotitolo: Recensione da non leggere se avete già acquistato il biglietto

Sono trascorsi tredici anni dall’uscita nelle sale del film d’animazione  Alla ricerca di Nemo’ e il regista  Andrew Stanton ci riporta negli abissi con il sequel “Alla ricerca di Dory”. Stavolta la protagonista è la pesciolina blu, che affronta un lungo viaggio per ritrovare i suoi genitori, di cui ha un vago ricordo.

Quando ho saputo del sequel della Pixar mi sono subito chiesta: “Ma c’era bisogno di scomodare nuovamente la nostra povera Dory che, già messa a dura prova dai sui problemi legati a una memoria ballerina, poteva essere lasciata beatamente in fondo al mar? Boh”.

La mia Dudi ha talmente insistito per andare al cinema (anche se in realtà avrebbe optato per “L’era glaciale 4” – ndr) che io, avendo un bel ricordo di Nemo & Co, l’ho accontentata ben volentieri.

Devo essere onesta, non è che il personaggio smemorato di Dory mi avesse mai fatto impazzire, ma immaginavo di trascorrere un paio di ore in relax ammirando fondali incantati, scorribande di pesciolini colorati e gustandomi una bella storia condita magari da qualche effetto speciale.

Avevo letto, peraltro, che il film negli Stati Uniti aveva   incassato tantissimo e  ricevuto recensioni davvero stellari, in cui si inneggiava a un film sull’essere diversi, sull’inclusione, sulla famiglia. Con una protagonista che rappresentava la possibilità di scavalcare l’handicap, la diversità, l’inadeguatezza.

Non ho visto, ahmé,  nulla di tutto ciò. 

La trama del film è presto  detta:

Dory ha un piccolo frammento di memoria dei suoi genitori e realizza che deve andare a cercarli.  Parte senza pensarci troppo, attraversa l’oceano e si ritrova in un parco oceanografico e poi nuovamente in mare aperto, per ritrovarli .  Durante il viaggio scopre molte cose di sé stessa e, dopo mille imprevisti, colpi di scena e pericoli inenarrabili, grazie anche al supporto di Nemo e di suo papà, riesce a riabbracciarli..

Così raccontata la storia non è male. E perché dovrei criticare io il sequel di un film da oscar?

Perché mi ha provocato angoscia. E tanta ansia (e non sono un’ansiosa, badate bene).

Perché ogni tanto guardavo Dudi  e mi chiedevo quale messaggio poteva arrivare ai bambini di cui la sala era zeppa.

Perché l‘argomento dell’abbandono è già molto complesso per essere sopportato da un bambino, figuriamoci trattato con tutto quel pathos.

Per tutto il film la pesciolina ripete ossessivamente: “Soffro di perdita di memoria a breve termine” e chiunque ne dovesse soffrire davvero uscirà dalla sala angosciato. La protagonista dimentica continuamente che cosa sta facendo e dove sta andando.

Quello che nel film originale era un personaggio laterale alla storia e che, proprio per questo, appariva buffo e simpatico nel suo essere bizzarro e smemorato, qui domina la scena con tutto il suo disagio.

In merito al modo di trattare la disabilità, era ben più  convincente e disarmante Nemo, con la sua branchietta ipertrofica.

I flashback all’infanzia di  Dory sono struggenti, con questi ricordi annebbiati dei genitori e la casa originaria attorno alla quale mamma e papà avevano messo delle conchiglie colorate  come supporto alla figlia smemorata.

Il tema della famiglia  è  trattato sommariamente e comunque passi tutto il film a chiederti se sono davvero necessari tutti ‘sti contrattempi prima che la pesciolina riabbracci, finalmente, i suoi genitori.

Persino Nemo e Marlin mi sono parsi più insulsi e figure comunque di poco rilievo.

Devo essere sincera. Alla fine del primo tempo ho sperato che un black out o un allarme antincendio facessero cessare quel supplizio.

E poi, altra cosa che non ho gradito, sono stati i continui cambiamenti di scena: il fondale, il mare aperto, il parco acquatico, le vasche, il camion che trasporta i pesciolini. E, infine, vogliamo parlare della voce di Licia Colò che invita all’ingresso al parco?

Forse sarò un tipo all’antica, ma per me un film deve catturare l’attenzione e scaldare come una coperta. Deve esserci una storia importante e questa storia deve avvolgerti bene e provocarti una sensazione di pienezza, di sazietà. Non devi rimanere incollato allo schermo solo a colpi di suspence,  frasi ripetitive  o effetti speciali.

Credo, infine, che il film non sia indicato per i bambini, per lo meno non per quelli sotto i dieci anni (leggere alle voci “Bambini e sindrome dell’abbandono”, “Ansia da separazione” e simili).

Ah, dimenticavo.

Se verso la fine del film, sfiancati dall’ansia e dai colpi di scena, vi siete scofanati diciotto kg di pop corn e credete di essere in preda a strane allucinazioni perché vedete dei pesci al volante di un camion guidato in contro mano su un’autostrada statunitense… Non preoccupatevi, non sono effetti collaterali del vostro vissuto emotivo messo a dura prova.

Va tutto bene.

E’ tutto opera della Pixar.

 

 

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