All’improvviso sentì che lui aveva acceso il motore del furgone e i bambini erano già a bordo, sistemati bene. Era stupita che avessero fatto così in fretta, ma osservando bene la luce del cielo si rese conto che per impacchettare i ricordi di questo viaggio insieme a indumenti e tutto il resto ci aveva messo più del previsto.

Non le era stato facile mettere nella valigia il primo giorno in cui erano arrivati a Valras Plage, l’ansia di aver sbagliato indirizzo, la sorpresa nel trovare così familiare la casetta assegnata e la voglia di correre in spiaggia a perdifiato ancora prima di aver sistemato tutto, assieme al piatto di pastasciutta cosparsa di parmigiano divorato un attimo prima di buttarsi sul letto, stremati.

Aveva ficcato in un angolo la smadonnata per il parcheggio sul marciapiede e la paura di disfare il furgone durante la manovra, quella sera a Valras Plage, perché voleva lasciar spazio alla cena con i capelli al vento sul lungomare e al piatto di moules frites fra i migliori del viaggio.

Sul fondo della valigia ci aveva messo il giro per le strade di Sète ascoltando Brassens. La città le aveva ricordato Salerno, con quell’aria decadente e le palme e il traffico inconfondibile e disordinato delle città del sud. Sempre là sotto, aveva messo il vento costante della Linguadoca e il pizzicare della salsedine a contatto con la pelle.

Aveva adagiato con cura a uno a uno i giri in giostra dei piccoli, con i loro sorrisi di denti mancanti o indisciplinati e la gioia provata nel vederli così felici e liberi augurando loro di passarne davvero tante di giornate con quei sorrisi sulla faccia.

Aveva arruffato velocemente le discussioni e le sgridate e le incazzature varie, che anche quelle ci vanno in una valigia che si rispetti. Le buche in spiaggia, la ricerca di conchiglie e legnetti, le chiacchierate fiume e la sorpresa nell’ascoltare un francese con la erre rullante, come quella di De Funes.

E poi… L’arrivo a Carcassonne prima dei pullman dei turisti per fare colazione , l’aria frizzante delle serate trascorse in veranda a fantasticare sulle tappe a seguire, le luci del Luna Park e quel senso dell’inevitabile che ogni tanto ci pervade osservando i bambini che giocano.

Nella parte di sopra ci aveva piazzato lo spostamento in Camargue, Saintes Marie de la Mer e le casette bianche dei pescatori, l’aria densa delle gesta dei gitani.Bene in vista, per essere ritrovati facilmente da tutti, la natura selvaggia, i tori, i fenicotteri rosa e le acque del Rodano.

In una tasca ci mise la passeggiata a cavallo con Dudi,  i salti sulle onde con Chicchi e Paco, le note della chitarra acustica in sottofondo, i corpi caldi che appiccicano.

Nell’altra sistemò il gironzolare per le vie di Arles, i profumi intensi di caramello, cannella, saucisson, paté  de fois e  del vino roisé.

Le saponette di Marsiglia e i sacchettini di lavanda, unici cimeli di quel viaggio oltre confine, li buttò dentro alla fine, a malo modo, assieme all’ultima serata a Briancon e alla sensazione che il viaggio era davvero finito.

Non occorreva davvero più  nulla, se non le risate, i sospiri, le urla, il chiacchiericcio costante e la pace del buio, che lasciò  filtrare giù,  come la sabbia, a riempire gli spazi vuoti.

Quando fu il momento di tirare la cerniera dovette chiamare anche gli altri, che si precipitarono giù  dal furgone per aiutarla. Perché  per chiuderla bene, quella valigia, ci vollero tutte e dieci le loro mani…

 

Annunci