Chi di noi era bambino negli anni ’80 le ricorda bene quelle partenze intelligenti dei primi giorni di agosto…

Per chi, come me, aveva il papà con un’attività in proprio, agosto era il mese delle vacanze: si partiva il primo e si rientrava il 31. A seconda di come cadeva il calendario potevi anticipare di uno o due giorni, ma in linea di massima il mese era completamente dedicato alle vacanze al mare che, nel mio caso, avevano come location la provincia di Salerno.

Partivamo sempre da Milano la mattina, non poi così presto, per arrivare a destinazione la sera. Anche se in realtà il viaggio verso Sud poteva essere davvero infinito a causa delle lunghe code dovute a incidenti o lavori in corso.

Il ricordo di mia mamma e mio papà che caricano le valigie in macchina e sul portapacchi ha un qualcosa di così antico e fantozziano da farmi tenerezza, oggi. Mio padre smadonnava costantemente e, ogni santo anno, annunciava che non saremmo riusciti a partire perché mia mamma aveva predisposto troppe borse. A questa pantomima seguiva quella degli elastici per legare le valigie sul portapacchi, che erano sempre troppo corti o troppo pochi.

I miei genitori hanno litigato furiosamente ogni anno, a ogni partenza per Salerno. Lui accusava lei delle troppe valigie, lei accusava lui di non riuscire a incastrare il tutto al meglio. Alla fine, però, in macchina ci stava tutto, mio papà infilava la cassetta di Battiato nel mangianastri, mia mamma intonava la canzone giusta e si partiva.

L’unica cosa di intelligente che aveva la nostra partenza di inizio agosto era la tappa a due km da casa volta a recuperare mio zio e la sua famiglia che, con la loro auto, seguivano la nostra. Sì, perché il viaggio si affrontava insieme e chi stava davanti aspettava l’altro alla prima tappa in autogrill (che poi all’autogrill ci si fermava solo per sgranchirsi le gambe e fare benzina, visto che il thermos portato da casa conteneva diciotto litri di caffè e le provviste erano in quantità indistriali).

Io e mio fratello ci sistemavamo sul sedile posteriore dell’auto insieme alla nostra amata prozia Immacolata. Quest’ultima trascorreva le giornate precedenti al viaggio a stipare la borsa-frigorifero di panini imbottiti con cotolette, frittata con cipolle e pancetta, oltre a bottiglie di the freddo fatto in casa e pizze e focacce bisunte.

Il seno di zia Imma, florido e prosperoso, fungeva, all’occorrenza, anche da cuscino. Spesso mi ci appoggiavo per farci un riposino e ne approfittavo per farmi coccolare. Ricordo ancora il suo profumo di fritto misto a Borotalco e le favole in dialetto cilentano.

La calura era potente in quei giorni. Ricordo che, ahimè, i finestrini posteriori delle auto non si abbassavano completamente e quindi noi bambini eravamo costretti a sporgerci per prendere un po’ d’aria, con nostra madre che ci urlava dietro dicendoci che prima o poi un’altra macchina ci avrebbe mozzato la testa!

In auto il più delle volte si cantava (io soffrivo il mal d’auto e quello era l’unico modo per distrarmi), oppure giocavamo a nomi-cose-città. Mia mamma e mia zia si scambiavano pettegolezzi sulle vicine di casa e mio papà ci teneva aggiornati sui km già percorsi. Tante volte viaggiavamo con le gambe appoggiate sopra i bagagli che non erano riusciti a entrare nel baule.

Ricordo delle code proverbiali, soprattutto nei pressi di Roma. Le macchine incolonnate sotto il sole diventavano il pretesto per scendere e chiacchierare con gli altri viaggiatori. Uno chiedeva: “Ma che cosa è successo?” e l’altro rispondeva: “Mah, non so, sicuramente qualche incidente o lavori in corso”.  Mio papà alzava il volume dell’autoradio per apprendere le notizie sul traffico e io mi avvicinavo all’Arbre magique per sentirne il profumo.

Il viaggio era davvero infinito: gli Appennini, le gallerie, le vetture incolonnate e zeppe di bagagli. Io e mio fratello che salutavamo gli automobilisti stranieri ed esultavamo quando questi ricambiavano il saluto. Quando ci fermavamo per una sosta noi bambini facevamo a gara per pulire il parabrezza. Nostra madre trascorreva tutto il viaggio a piedi nudi. Spesso li appoggiava sul cruscotto.

Mi accorgevo che eravamo vicini alla meta quando cominciavo a intravedere qualche pino marittimo qua e là e i cespugli oltre il guardrail erano di oleandro rosa. L’odore della benzina e il caldo lasciavano posto al profumo del mare, anche se ogni tanto qualche zaffata di fogna ci faceva tappare il naso.

Quando arrivavamo finalmente nei paraggi della casa dei nonni, pagato il pedaggio, sbagliavamo costantemente strada. Non ricordo di essere giunta da loro per più di due volte dalla stessa direzione. L’arrivo era sempre un tripudio di urla, baci e abbracci.

Io me ne stavo lì impalata in attesa dell’abbraccio morbido di mia nonna e osservavo la pavimentazione del marciapiede, oltre le mie unghiette laccate di smalto rosso che fuoriuscivano dai sandaletti. Il nonno, in pantaloncini e canottiera bianca, salutava dal terrazzo. Le nostre vacanze avevano ufficialmente inizio.

 

 

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