E’ un tardo pomeriggio di un sabato di inizio estate. L’aria è appiccicosa e umida come solo sotto terra sa essere. Uno strano odore di gomme bruciate pervade la carrozza del metrò.

Io e Dudi, la mia bimba di sette anni, siamo in viaggio per raggiungere la stazione dei treni. Gli altri membri della famiglia arriveranno in macchina.

Il vagone è zeppo, ma riusciamo a sederci. Dalla nostra postazione ammiriamo un gruppo di amiche visibilmente alticce che si distinguono fra la folla per le loro risatine, gli urletti e i balletti che improvvisano. A un certo punto, una di loro accende la musica e la più disinvolta del gruppo incita l’amica a esibirsi in una sinuosa lap dance.

E’ lì che la noto. Non è bellissima. Capelli lunghi appena legati, un velo di trucco sugli occhi, uno sguardo sfuggente. E’ quella del gruppo che preferirebbe essere altrove, ma oggi tocca a lei essere la protagonista. Eh sì, perché le hanno attaccato un piccolo velo sulla testa. Perché a breve si sposerà e le amiche vogliono che si capisca.

Lei è impacciata nei movimenti. Nasconde un pudore profondo mentre si avvicina al palo per ballare. Ci supplica con lo sguardo di guardare altrove, mentre cede a quel rito di iniziazione imposto dalle altre, che intanto ridono, urlano e ci invitano a tenere il tempo battendo le mani.

Lei, probabilmente, in questo momento le sta odiando.

La musica, intanto, continua e gli spettatori sorridono cercando di ricordare la loro spensierata giovinezza andata.

“E’ un addio al nubilato”, mi affretto a spiegare a Dudi. che guarda incuriosita. “Fra qualche giorno quella ragazza si sposerà e le amiche la stanno festeggiando”.

Dudi ha nello sguardo quella meraviglia ed eccitazione che i bambini riservano alle cose dei grandi.

Finito il balletto, l’amica disinvolta spinge la futura sposa fra la folla con un barattolino per chiedere qualche spicciolo. Servirà per acquistare ancora da bere, spiega. Noi affondiamo le mani nelle tasche, racimoliamo qualche spicciolo e glielo ficchiamo nel barattolo. Lei ringrazia con gli occhi, vergognandosi. Io le ricambio lo sguardo d’intesa, come a dire: “Sono come te, non mi piace stare al centro dell’attenzione. Non amo divertirmi per forza. Ti capisco”.

L’amica sfacciata ha un megafono fra le mani e, poiché sono l’unica ad aver contribuito alla colletta improvvisata, mi chiede, con un’eccitazione da circo nella voce, di dare un consiglio alla futura sposa.

In verità vorrei pregarla di evitarmi questo supplizio, ma poi mi sforzo di pensare a qualcosa da dire. Qualcosa di saggio, di autentico, di maledettamente vero.

Stringo forte la mano di Dudi e mi avvicino, mio malgrado, al megafono che quella mi tiene davanti alla bocca e dico, concitata, perché ancora a 40 anni non amo parlare in pubblico, quello che direi alla mia piccola e a qualsiasi donna mi chiedesse un suggerimento a riguardo:

“Amalo, ma non farti mantenere.

Mai.

Sii autonoma e indipendente e sarai felice. Perché basterai a te stessa”

L’amica ringrazia, svelta, e saluta. Lei mi guarda appena, annoiata. La sensazione è che sia perplessa, o che non abbia capito. Forse si aspettava qualcosa di più. Forse potevo dire qualcosa di meglio. Sull’amore o sui sentimenti. Forse quello che ho detto non c’entra tanto con il matrimonio, anzi, non c’entra proprio una mazza.

Però  è  quello che direi alle mie bimbe, ogni giorno.

Mi guardo intorno circospetta. Nessuno si è accorto di me e di quello che ho detto o, più probabilmente, ognuno sta pensando ai fatti suoi.

Noi prendiamo i nostri bagagli e scendiamo dalla carrozza, veloci, così come siamo arrivate.

 

 

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