Da quando era arrivata in Italia nessuno l’aveva mai invitata a una festa.

Soltanto una bambina dai lunghi codini biondi le aveva chiesto, un freddo pomeriggio d’inverno, se voleva far merenda a casa sua. Lei aveva annuito col capo, capendo che si trattava di un invito e che quella frase conteneva una perla di gentilezza e incanto, ma senza rispondere. Ancora non riusciva a parlare in italiano.

Erano passati dei mesi da quel pomeriggio in cui le due avevano giocato insieme in un rigoroso e rispettoso silenzio. Aveva imparato qualche parola d’italiano, sì, ma  il percorso verso una completa integrazione con gli altri sembrava ancora lungo e tortuoso.

La bambina dai capelli biondi, però, le ficcò velocemente quel bigliettino nella tasca della cartella, quasi senza che lei se ne accorgesse. Era l’invito alla sua festa di compleanno.

Arrivata a casa, lei aveva fatto di tutto per convincere i suoi genitori a portarla alla festa, anche se si trattava di una giornata in cui non c’era scuola e i suoi genitori, lo sapeva bene, lavoravano davvero giorno e notte. Per loro sarebbe stato davvero difficile accompagnarla.

Invece, i due, l’avevano accontentata portandola all’indirizzo indicato sul biglietto e l’avevano lasciata davanti al portone, così, senza nemmeno citofonare. Lei aveva aspettato che succedesse qualcosa, zittta e con il suo pacchetto fra le mani, finché la mamma di un’altra invitata non la notò tutta sola e la condusse a casa della festeggiata.

E lì aveva giocato, sorriso, trangugiato squisitezze indescrivibili. Si era scatenata insieme agli altri bambini, così diversi da lei, così uguali a lei. Si era sentita come tutti gli altri e aveva provato quella sensazione indescrivibilmente bella di essere stata scelta come compagna di giochi, anche se i suoi occhi erano davvero come due mandorle schiacciate e ancora faticava tanto a parlare l’italiano.

Però qualche parola la spiccicava adesso e gli altri bambini la riconoscevano come una componente del loro gruppo.

Finita la festa, tutti gli invitati erano stati recuperati dalle loro mamme, mentre lei si era trattenuta a casa della bambina bionda. Nessuno osava chiederle quando i suoi genitori sarebbero ripassati a prenderla.

Allora la mamma della bambina bionda telefonò al suo papà, che rispose in un italiano corretto e per nulla zoppicante che sarebbe arrivato, ma un po’ più tardi perché abitavano davvero lontano da lì.

La bambina aspettò l’arrivo del papà seduta sulla poltrona e, quando lui arrivò, la faccia le rideva tutta in un entusiasmo non celato. Era il suo modo per ringraziarlo. Dietro di lui c’era anche la mamma, che aveva mollato il lavoro per andarla a riprendere. Forse voleva vedere le facce di questi italiani che per la seconda volta aprivano la porta della loro casa alla sua bambina.

Prima di andare via, con un filo di voce, disse la bambina: “Se il vestito non va bene, puoi cambiarlo. C’è lo scontrino nel sacchetto”.

E allora alla mamma della bambina bionda le si strinse davvero il cuore perché per tutto il pomeriggio si era chiesta chi avesse portato quel pacchetto che proveniva da uno dei più bei negozi del circondario E guardando lo scontrino notò che l’acquisto era stato fatto proprio poco prima dell’inizio della festa.

Immaginò questa famiglia di orientali, in effetti un po’ stramba e lontana anni luce dalla loro quotidianità, recarsi circospetta nel negozio più bello della zona per scegliere un vestito speciale e per nulla cinese per quella bambina bionda.

Quella bambina che aveva scelto la loro.

 

 

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