Caro papà  che spingi tua figlia sull’altalena,

Mi piace sempre osservare i papà alle prese con le proprie figlie e lo stesso faccio in questo momento con te, da questa panchina su cui mi sono momentaneamente seduta con i miei bambini. Aspetto che arrivi il nostro turno per vederli dondolare sorridenti come quasi ogni pomeriggio. La tua bimba chiacchiera ininterrottamente e tu perpetui quel movimento antico: avanti e indietro, avanti e indietro. Lentamente.

Lei chiede di toccare il cielo, ti chiede il tuffo al cuore di quell’istante fatale in cui  il sedere si stacca dal sellino e ti pare di volare. Ma tu non la senti, stai alle sue spalle mentre l’accompagni nel volo. Il suo sguardo e il suo sorriso ti sono stranieri.
“Poco male“, penso io, riflettendo su quello che ti stai perdendo, troppo immerso nella rincorsa dei tuoi pensieri.

L’altalena accanto alla tua si è  liberata, caro papà, e allora mi avvicino e ci colloco la mia bimba. L’altro lo tengo per mano e gli dico di aspettare il suo turno. Perché  deve imparare, perché  deve capire il valore dell’attesa e del rispetto degli spazi e dei tempi degli altri.
Sai, caro papà,  son due gemelli, che te lo dico a fare, ognuno di loro è  piuttosto in competizione con l’altro. E il piccolo che ho per mano non gradisce osservare la sorella che se la spassa volando mentre ride e canticchia e si agita.

Vorrebbe ribaltarla, scalzarla dalla seduta e prendere il suo posto.
E infatti borbotta, indica l’altalena su cui è seduta tua figlia, frigna costantemente chiedendo di poterci salire e di volare anche lui, come la sorella.
Sai, caro papà,  a questa età  siamo tutti un po’ egoisti e pensiamo alla nostra di felicità,  mica a quella degli altri.

Così, aspettiamo e ci diciamo ad alta voce che quella bimba, quant’è carina, fra poco scenderà. Tu non guardi me e non guardi lui, giustamente (mica vorrai guardare i figli degli altri!) ma non guardi nemmeno la tua di bambina, mentre alleni i tuoi bicipiti nel movimento continuo della spinta, ahimè, poco vigorosa.

Il bimbo che ho per mano piange a ogni mio “Bisogna aspettare il proprio turno“, ma prima o poi credo che la farai scendere tua figlia da questa altalena,  caro  papà.
Non penso che aspetterai che si formi la coda prima di dirle che il suo momento  è  terminato e che deve lasciare il suo posto agli altri. A quelli che, giustamente, stanno aspettando (anche se non proprio in silenzio).

Tu no, non  glielo dici. No. Preferisci restare muto e con occhi spenti, senza nemmeno  decidere di incrociare il mio di sguardo, che adesso si sta facendo insistente  verso la tua faccia di tolla, e anche piuttosto allibito.

Sai, caro papà  che spingi tua figlia sull’altalena, stai bruciando un’occasione importante per parlare con tua figlia, per spiegarle come va il mondo, per insegnarle il rispetto delle cose comuni, della collettività  e degli altri. Stai sciupando la chance per educare una bambina che sarà  una donna domani. E che se non riuscirà  a mettersi nei panni degli altri, a fare un passo indietro e a esser generosa sarà  una donna di merda.

Sai, caro papà,  mentre penso a queste parole inarticolate ho già  fatto in tempo a far scendere la mia bimba dall’altalena per farci salire l’altro bambino e a spiegare loro che a un certo punto, dopo che sei andato per un po’ sull’altalena, devi cedere il tuo posto agli altri. Loro hanno capito e si sono adeguati.  Mica perché  sono dei geni, sai? Ma perché  gliel’ho spiegato. Guardandoli negli occhi.

Eh già.  Perché  tu, caro papà,  tua figlia dall’altalena  non la schiodi. Nossignore.
È  solo dopo circa 20 minuti di spinte che accenni a rallentare. Mi tocca ricredermi. Forse eri davvero perso nei tuoi pensieri e non ti rendevi conto che tua figlia era lassù  da un tempo indefinito.

Adesso glielo dirai che occorre lasciare il posto agli altri. Si, perché  adesso la fila di bambini alle tue spalle si è  creata eccome. Bene. Tu fermi l’altalena, raccogli a una a una le parole che proferirai e dici alla tua bambina: “Adesso scendi, dobbiamo andare a casa perché  arriva la mamma”.

Io a dir la verità ti osservo sbalordita, a bocca aperta, credo,  intimamente colpita dalla tua pochezza d’animo, dalla tua mancanza di sensibilità e di empatia nei confronti degli altri e dalla profonda miseria a cui mi è  toccato assistere.

Caro papà  che hai spinto tua figlia per mezz’ora sull’altalena senza accorgerti di nulla, che non hai degnato di uno sguardo nessuno dei grandi e nemmeno dei piccini che ti stavano intorno, che hai voltato le spalle e girato i tacchi con sguardo da triglia, la prossima volta che ti incontro al parco ti piglio a calci in culo!

Ndr: Quest’oggi mi tocca ringraziare Trenord che con il suo disservizio epocale mi ha consentito di riordinare le idee e scrivere questo post durante l’interminabile viaggio verso l’ufficio.

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