Di Milano si dica peste e corna, ma quale meravigliosa città può modificare un articolo del Regolamento di Polizia urbana che risale agli anni ’30 e che proibisce il gioco del pallone negli spazi comuni condominiali? La risposta è semplice. Milano! Dal 2012 giocare in cortile non solo non è più un divieto, ma è un diritto ed è bellissimo. Sappiatelo.

Eppure, in questi giorni, si è riaccesa a mezzo stampa la polemica sulla possibilità o meno dei bambini e delle bambine milanesi di giocare nei condomini della loro città. Cosa che, secondo me, è di una tristezza infinita.

Ero bambina negli anni ’80 e giocare in cortile era una cosa normalissima. I nostri papà rincasavano tardi e le mamme che non lavoravano, tipo la mia, utilizzavano le ore pomeridiane in cui noi eravamo a casa da scuola per rattoppare pantaloni, passare l’aspirapolvere o fare la peperonata. Finiti i compiti, soprattutto d’estate, ma non solo, noi bambini avevamo il permesso di scendere in cortile a giocare.

Ogni tanto le mamme si affacciavano al balcone  e gettavano un’occhiata, noi lo sapevamo e qualche volta accennavamo a un saluto veloce. Sapevamo che dovevamo rispettare due regole fondamentali: mai uscire dal cancello del condominio e rincasare per le sette e mezza, che poi si cenava.

Durante quelle ore noi bambine giocavamo  a pallavolo, a campana, a palla asino. Ogni tanto qualcuna portava i pattini a rotelle. Altre la bicicletta. Le amiche per la pelle giravano sulla stessa bicicletta: una guidava e l’altra stava dietro, in piedi o seduta. Le più impavide stavano sedute dietro con la schiena appoggiata alla schiena di quella davanti, ma alla fine la testa girava e si rideva a crepapelle e ci si fermava. Ricordo interi pomeriggi con la Tiziana a girare per il cortile in bicicletta.

Poi, c’era il gioco dell’elastico. Ognuna di noi ne aveva uno, perché la mamma si era recata in merceria, aveva acquistato tre metri di elastico grosso, ci aveva fatto un nodo e aveva detto “Tieni, scendi a giocare con le amiche”. Per giocare all’elastico bisognava essere almeno in tre. Due lo tenevano ad altezza caviglia, ginocchio, vita, ascelle, collo e sopra la testa e l’altra saltava eseguendo sequenze di pestate e intrecci vari cercando di non sbagliare. Ricordo, in particolare, questa sequenza: “Me – la, entro, pesto, entro, pesto, entro, allargo, stringo ed esco”. La Elena aveva le gambe che erano lunghe il doppio delle nostre ed era la regina incontrastata del gioco dell’elastico.

I maschi di solito giocavano a calcio e sudavano tantissimo. Ricordo che ogni tanto si strattonavano, volavano parolacce e insulti irripetibili. Qualcuno piangeva anche. Poi si faceva la pace. Noi bambine cantavamo “Pace, pace, carote e patate”, incrociando i mignoli delle nostre mani. Qualche volta dalla nostra parte arrivavano delle pallonate micidiali e la poveretta che veniva beccata in faccia (di solito io) finiva a casa con il naso insanguinato.

Ogni tanto, però, i maschi e le femmine giocavano insieme. E’ il caso di palla prigioniera, strega comanda color o di nascondino. Nel nostro condominio c’erano davvero un mucchio di posti dove nascondersi e quando il più astuto e veloce urlava “Tana libera tutti” era un’esplosione di urla di gioia e di schiamazzi. Saltavamo, esultavamo e ridevamo come dei pazzi.

Certo, alle finestre dei piani bassi c’era sempre qualcuno che si lamentava. Per lo più erano anziani o coppie sposate senza figli. Alcuni di loro minacciavano di telefonare ai nostri genitori. Altri ancora urlavano senza vergogna dal balcone, invitandoci a tornarcene a casa. Noi il più delle volte ce ne fregavamo, sghignazzavamo, rispondevamo anche con toni irriverenti. I più bravi sapevano imitare perfettamente le antipatiche vicine quando queste si rintanavano in casa dopo la sfuriata.

Nel cortile del condominio dove ancora vivono i miei genitori campeggiava quella che noi chiamavamo “la rotonda”. Era uno spazio circolare delimitato da un basso muretto su cui ci si poteva sedere: un invito inequivocabile al gioco in cortile. Su quel muretto noi bambini ci siamo scambiati confidenze e segreti, abbiamo litigato, spettegolato, alle volte anche pianto. All’interno della rotonda si giocava e attorno a essa sono nate simpatie, antipatie, dispute, amori  e conflitti che ancora ricordo.

Quando c’eravamo tutti eravamo davvero in tanti: c’erano la Vivienne, la Elena, La Tizy, la Stefania, la Barbara, la Fabiana, Matteo, l’Alessia, Davide, Stefano, Andrea… Qualcuno si aggiungeva anche dai condomini dei paraggi, soprattutto da quelli dove mancava uno spazio adatto al gioco.

Ricordo che correvamo tantissimo, ridevamo a pieni polmoni, avevamo sempre le gote rosse e urlavamo tanto, come se la nostra infanzia ci concedesse una spensieratezza senza fine.

Il primo che finiva i compiti scendeva in cortile e citofonava a tutti gli altri, che si precipitavano giù di corsa. Non sapevamo cosa fosse internet. Ignoravamo che da grandi avremmo avuto smartphone, tablet e pc sempre fra le mani. Usavamo la fantasia per volare lontano dall’asfalto e dal caldo asfissiante del mese di agosto. Ci bastava una corda colorata per divertirci insieme e inventare qualche gioco.

Alla fine del pomeriggio, quando i negozianti dei portici dall’altra parte della strada chiudevano i negozi e abbassavano le saracinesche, sapevamo che era ora di tornare a casa. Aspettavamo che le nostre mamme ci chiamassero dal balcone per salutarci e darci appuntamento per l’indomani. Mentre salivamo a casa ci scoprivamo accaldati, affamati, stanchissimi. Sporchi. E felici.

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