Sembra che non riusciamo più a far nulla senza essere costantemente connessi.

“Buongiorno, avete il wi fi?”

“Scusami, sono in montagna e non c’è internet”

“Ma come, non hai visto il mio uozzap?”

Sono frasi all’ordine del giorno. Se ragioniamo un po’ constatiamo facilmente che siamo tutti un po’, o tanto, schiavi della rete.

Fino a poco tempo fa si parlava di dipendenza da sostanze illegali. Oggi si sente sempre più spesso parlare di dipendenza da Internet (Intenet Addiction Disorder).

L’Intenet Addiction Disorder  può causare cambiamenti drastici nello stile di vita della persona, quali:

  • Bisogno di essere costantemente connessi con pc o smartphone
  • Terrore che possa mancare la connessione a Internet (quasi paura di perdersi qualcosa)
  • Perdita di interesse per la vita reale
  • Calo del rendimento lavorativo o scolastico

Il fenomeno è in preoccupante crescita fra i giovanissimi, ma non solo.

Chi è schiavo della rete sviluppa una tendenza infantile al “tutto e subito”,  a voler bruciare i tempi, a non sapere attendere, a rinunciare alla scrittura, a non affrontare il contatto diretto con gli altri.

Nei casi più preoccupanti si arriva persino alla sindrome di Hikikomori, termine giapponese che indica uno scollamento dalla realtà e un disinteresse completo dei contatti interpersonali.

Così come per tutte le dipendenze, si sente sempre più spesso parlare di trattamenti di disintossicazione per questo genere di disagio, con centri specializzati sia in Italia, sia all’estero.

Mi ha colpito il racconto di una amica sull’iniziativa della Digital Detox, l’organizzazione terapeutica nata a un’ora della Silicon Valley per tamponare la “tossicodipendenza digitale”. Il programma prevede tre giorni di attività libere a contatto con la atura, senza alcun tipo di connessione

I partecipanti (immaginatevi manager, studenti, liberi professionisti, ma anche gente comune) vengono piazzati in un villaggio nella foresta di Mendocino attraversata da filari di vigneti e dove la rete non arriva e perquisiti all’ingresso: no computer portatili, no smartphone, no tablet.

Pallavolo, tiro con l‘arco. Laboratori di pelletteria, panificazione, lezioni di respirazione. Queste le attività proposte. Ovunque cartelli No phone zone e sveglie senza lancette con una scritta sul vetro: Now. Per tutta la durata del campo non c’è modo di sapere che ore siano.

Pare che il cervello inizi a dare segni di astinenza da subito e l’apice si raggiunge a partire dal secondo giorno: Questo perché non solo non puoi navigare, cercare informazioni o telefonare, ma non puoi nemmeno fotografare quello che vedi o stai facendo né, tantomeno, condividere info, immagini, pensieri.

Cose a cui siamo ormai così abituati da non farci più caso. Cose che sono diventate naturali, normali.

La cosa un po’ mi fa sorridere, ma un po’ mi inquieta anche. Se ci penso, anch’io avrei difficoltà a stare un giorno intero senza smartphone, portatile o tablet fra le mani. Questi strumenti ci aiutano nella nostra quotidiana gestione del tempo, delle informazioni e della comunicazione. Ma quanto in realtà sono indispensabili? E come sarebbero le nostre giornate senza di loro?

Insomma, dove siamo arrivati?

Quanto passa da un uso consapevole di Internet e delle nuove tecnologie come mezzi di comunicazione a un loro utilizzo malsano?

Voglio concedermi una piccola prova (personale) di disintossicazione da web.

Voglio educare i miei bambini a un uso consapevole e il più possibile corretto della rete.

Rifletto sul fatto che mia mamma, che ha sempre sostenuto di preferire l’uso della bicicletta a quello della tecnologia, mi abbia chiesto di recente di regalarle uno smartphone (innanzitutto mi chiedo…. “Ma ce la farà?”, cosa che non credo. Ma soprattutto mi domando: “Perché?”).

Per il momento mi siedo e ci penso un po’…

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