Storie di ordinaria quotidianità – Mai fare foto alle macchinette automatiche

Ho la patente in scadenza  e so che la prima cosa che ti richiedono per il rinnovo, oltre a una cospicua quota di euro, sono due fototessere.
Mi reco, cosi, alla  macchinetta automatica della stazione. Lo so, lo so, lo sanno anche i bambini con il moccio al naso che in questi casi è meglio recarsi da un fotografo professionista ma, visto il tempo che scarseggia e l’ottimo risultato della volta precedente (sulla carta d’identità  ho una foto stellare fatta alla stessa macchinetta in cui sembro davvero una strafiga, un incrocio fra una modella dell’est e un’adolescente californiana!), mi lascio tentare.

Cosa sarà  mai?

Una passata di rossetto, una ravvivata ai capelli e via, entro nel gabbiotto, aggiusto.il seggiolino a seguo le istruzioni vocali. Apprendo che adesso, visti probabilmente gli scarsi  risultati prodotti e la delusione dei clienti per la prestazione, hai la possibilità  di ripetere lo scatto fino a tre volte, se non soddisfatto.

Ok.

La voce automatica mi annuncia di mettermi in posa e che fra poco scatterà.  Io sfodero la mia migliore espressione e sorrido.
Il sorriso ricorda quello della prima comunione e lo sguardo è  un po’ spento. Beh, meno male che ho ancora due scatti.

Riproviamo.

Premo nuovamente il pulsante. Il flash precedente mi ha quasi acciecata, per cui sgrano appena gli occhi, mentre penso, guardandomi nell’anteprima dell’immagine che ho davanti: “Miii, che occhiaie. Caspita, che naso! Da quand’è  che ho il doppio mento?” Ma continuo a sorridere, imperterrita anche se un po’ sconsolata da cotanta bruttezza, mentre quella scatta. Il risultato è, se possibile, peggio di quello precedente. Non solo l’espressione è davvero da ebete, ma è anche completamente innaturale. Sospiro.

Ho ancora uno scatto a disposizione. Ce la posso fare.

Ok.

La tensione si fa un po’ sentire e l’ultimo flash mi coglie persino con gli occhi chiusi. E che sfiga!
Niente da fare, l’ultimo scatto è  quello memorizzato dalla macchinetta, che ti invita a uscire e prelevare le foto.
Le guardo e dico: “Che cesso!”, mentre le infilo senza indugi nel cestino stranamente collocato proprio accanto alla macchinetta (!).

Opto per altri tre tentativi in aggiunta ad altri 5 euro, constatando che la stessa prestazione da un fotografo professionista mi sarebbe già costata meno. Ma sono ancora affascinata dal risultato dell’ultima volta (quello della modella dell’est) e confido di potercela fare a risultare almeno decente.

Ripeto tutte le azioni di  prima: mi sistemo, aggiusto il seggiolino, seguo le istruzioni. Cerco di sorridere un po’ meglio, di stare un po’ più dritta, di avere un’espressione convincente, anche se noto i solchi sotto gli occhi e tutti i difetti di prima. I tre risultati sono, ahimè, uno peggio dell’altro. Nell’ultimo scatto a disposizione sfodero un sorriso davvero forzato che… manco il giorno della laurea, con la tensione e tutto il resto.
Sconsolata, esco dal gabbiotto, recupero le mie foto e le metto in borsa, nella speranza che il minimo sfregamento possa mascherare i difetti di cui sopra.

L’unica consolazione è pensare che sulle patenti moderne a tesserina la foto è talmente ridotta da (forse) riuscire a camuffare la foto più merdosa che io abbia mai avuto su un documento.

p.s.:

Pensare che, d’ora in avanti, le foto riportate sui miei documenti potranno solo peggiorare, non solo mi abbatte, ma mi fa anche sentire uno strano  brivido lungo la schiena…
A grande richiesta introduco foto della modella dell”est. Accontentatevi e non chiedete quella di ieri per valutare la metamorfosi, please…

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10 risposte a "Storie di ordinaria quotidianità – Mai fare foto alle macchinette automatiche"

  1. che ridere, Gisella, ma niente al mondo potrà mi eguagliare la foto di me diciannovenne sulla patente (ma, dico io, non è illegale avere su un documento di una donna di 36 anni la foto di una 19enne con gli occhiali dorati e la camicetta da SantaMariaGoretti?). Sono stata tentata milioni di volte di lavarla in lavatrice….

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  2. io, dopo aver lottato aaaaaaaaaani con i sorrisi malriusciti alle fotoautomatiche, ho trovato lo startagemma. è una roba complicatissima, eh. parto impassibile, neutro, come fosse una foto segnaletica. passo alla fase “sguardo perso nel vuoto”. aggiungo, fase 3, il movimento ai muscoli delle labbra (denti non in vista, sennò crolla tutta la faccenda) con l’unico obiettivo di raggiungere l’effetto… 🙂 per capirci. aiuta l’immaginarsi paesaggi montani (in linguaggio tecnico potrei chiamarla “memoria emotiva”). è stata una conquista.

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    1. Ad averlo saputo prima! Ho sempre pensato bisognasse sfoderare dei bei sorrisi in queste occasioni… Ma mi sa che hai ragione tu. Meno male che se ne riparla fra qualche anno….😊

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