Lo ricordo nitidamente quel giorno, ancora oggi che di anni ne sono passati davvero tanti.
L’ho visto arrivare lentamente quel pallino, da lontano. Oscillare lieve come una piuma e appoggiarsi, così, senza motivo apparente, su di me.
Ho sussultato. Non mi aspettavo visite, quel giorno.

Senza parlare, ho gustato quella sensazione di umido. Di calore, quasi. Sono rimasto immobile per un momento infinito, per paura che se ne andasse.

Già  il giorno dopo qualcosa era cambiato. Ho notato che quel pallino si stava annidando in me, forse mi trovava piacevole, morbido, caldo, chissà.  Comunque, adatto a lui.
E io l’ho lasciato li.

I giorni successivi ho capito che, oltre a essersi abituato alla sua dimora, quel pallino cominciava a crescere e non era già più quell’abbozzo di vita di poco prima.
E’ stato soltanto quando ho capito che si era accomodato bene, che l’ho finalmente abbracciato, dolcemente,  e gli ho detto che se voleva poteva restare, perché io l’avrei tenuto.  E così,  proprio in quel momento, è  nato un legame unico, profondo, lieve, fatto di carezze, avvolgimenti e oscillazioni.

L’ho amato quel pallino. Dio mio quanto l’ho amato. L’ho accolto, cullato, contenuto. L’ho accudito, carezzato, custodito. E mentre là  sopra parlavano di nausee, capogiri e sbalzi d’umore, noi ce ne fregavamo di quello che succedeva lassù. Ce la spassavamo davvero.

Mentre lui cresceva, io gli facevo spazio, modificandomi persino nelle dimensioni. Ero la sua stanzetta. E lui, il pallino, aveva la spensieratezza sfacciata dei fanciulli mentre piroettava, bighellonava e giocava in me.

Ricordo quei mesi come i più  belli di sempre. Una metamorfosi quotidiana, una scoperta costante, una complicità da lasciare senza fiato. E mi chiedevo quanto sarebbe durato. E non immaginavo che quell’amore sarebbe durato per sempre.

Perché  allora davvero non sapevo, e non l’ho sospettato,  a dire il vero, nemmeno quando lui era diventato davvero enorme, che se ne sarebbe potuto andare. E invece lui, pallino, una notte di mezza estate, quando ormai eravamo diventati quasi un tutt’uno, lui attaccato a me e io appiccicato a lui, ha scelto di andare. E mi ha scardinato, mi ha maltrattato, mi ha sconvolto, staccandosi da me. Ed è partito. Così.

E io mi sono ritrovato di nuovo come una stanzetta piccola, vuota, raggrinzita.
E ancora oggi, che sono vecchio e rimbambito e gli acciacchi cominciano a farsi sentire anche per me, nelle sere d’autunno ripenso ancora a lui, a quei mesi, a quell’estasi, a quello sconvolgimento indescrivibile. E penso che non lo dimenticherò  mai. Perché  lui è nato in me e il ricordo di quei giorni insieme è violento, profondo, immenso.

E perché lui rimane sempre il mio Pallino.

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