Quando abitavo in città svegliarmi di cattivo umore era una consuetudine. Non che oggi sia diverso. A qualsiasi ora io mi svegli, e negli ultimi due anni, ahimé, sempre prima delle 6:30, la sensazione è sempre quella che sia troppo presto. E l’umore è più che nero.

Ma quando abitavo in città l’umore non migliorava all’uscita da casa. Sarà che il cemento, l’asfalto, i casermoni, i vagoni della metropolitana contribuivano a ingrigire i miei pensieri.
Eppure in pochi minuti ero in ufficio, seduta comoda sulla mia sedia.

Oggi abito in frontiera. Ai due km che mi separavano allora dall’ufficio ce ne ho aggiunti quaranta (e da qui la quotidiana presa per il culo di colleghi, parenti e amici).

Eppure, pur svegliandomi costantemente di cattivo umore, come detto sopra, pur dovendo affrontare un viaggio da pendolare che mi riconduce in città, pur alzandosi dal letto un’ora prima rispetto ad allora, l’uscita da casa è sempre dolce.

Saranno i cieli rosa delle mattine di inverno, sarà sorprendersi dinnanzi alle colline morbide, sarà l’aria frizzante che solletica i pori, sarà quel tratto di strada che scende giù per i campi, fino a giungere alla superstrada.

Fatto sta che una vita più complicata (e volutamente non ho accennato a questioni di prole, perché il senso del mio pensiero mattutino non dipende da queste) non è per me direttamente proporzionale a un calo d’umore o a un incremento dello stress. Tutt’altro.

Credo che la chiave di lettura stia nell’importanza di svegliarsi in un posto bello. O meglio, che ci piace. Che ci fa vibrare. Con questo non voglio dire che chi vive in città non veda il bello. Ma forse lo deve cercare con più attenzione.

E che, forse, esiste davvero una topografia dell’anima.

 

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