Post a cura di Marta Scandellari

 

Inside Out è il nuovo Classico Disney Pixar.

Una volta la casa cinematografica di Walt produceva un Grande Cartone all’anno, uno solo e nelle sale sotto le feste natalizie. Poi dai pastelli siamo passati ai pixel e la storia è cambiata.

Si sa, i periodi di transizione non sono facili per nessuno e le principesse in tecnica mista hanno fatto fatica a guadagnarsi un rispettabile spazio tutto loro. Un esempio. Rebel, la rossa digitale senza principe, non ha rapito i cuori degli spettatori (o meglio delle piccole spettatrici) come aveva saputo fare alla sua epoca l’analogica Jasmine, anche se i ricci che si muovono indipendenti e naturali durante la cavalcata (roba che nemmeno la pubblicità Pantène ce la fa) battono cento a uno la coda impomatata che sbalza su e giù durante il volo sul tappeto volante.

Poi qualcosa è cambiato, Disney ha intuito che sdoppiare i filoni Principesse/Altre Trame in Digitale poteva essere una carta vincente: Principesse ogni due o tre anni, ma con un ingresso in società da vere signore del gadget (Frozen ha fatto un record d’incassi in fatto di merchandising e c’è chi già scommette su Moana, la principessa hawaiiana protagonista del prossimo classico che ucirà nel 2016), mentre al digitale, il cui prodotto esce in autunno, si decide di riservare storie e pellicole che danno il meglio in fatto di profondità d’introspezione, scenari fantascientifici, colori e suoni, originalità. Personaggi ‘diversi’, che strizzano l’occhio anche al mercato degli adulti, perché questa è la filosofia del condimento Pixar e il vecchio corto della lampada (che è poi l’emblema della casa di Jobs acquisita da Disney) ce lo ricorda: meno brillantini e più morale della favola, fino al limite del verismo.

Ralph spaccatutto, con le sue dotte citazioni dal mondo gaming-nerd-80s, era stato un bel salto in avanti, in direzione dell’equilibrio tra i due mondi. Non ha fatto granché né al botteghino né come vendita di oggettistica, forse nemmeno gli han concesso la solita tazza in vendita al Disney Store, ma nel cuore di un certo pubblico di nicchia ha davvero spaccato tutto. La commistione Disney Pixar può risultare sbilanciata a volte, lato Disney (Toy Story) o lato estimatori delle eredità di Jobs (Wall*E), che non credo proprio si rivedesse in Cenerentola e i suoi teneri topini parlanti.

In verità, ero scettica su questo intraducibile Inside Out. Forse perché è uscito in contemporanea con il film dei Minions (che, per inciso, è una gialla delusione), forse perché la locandina è orrenda, forse perché la bambina che c’è in me aspetta sempre e comunque le Principesse.

Ed invece mi sono innamorata.

Mi sono proprio innamorata di un questo nuovo genere Disney, il digitale (anche) per i grandi. Intendiamoci, non ci sono scene vietati ai minori (di sette/otto), può andarlo a vedere chiunque dagli zero ai novantanove come si suol dire. Però credo che le tante sfumature di senso che la trama offre si colgano meglio dopo una certa età. Oppure anche sotto ad una certa età, in presenza di QI e/o sensibilità spiccatissimi. In alternativa, si torna comunque a casa con un bel sorriso e tanti colori negli occhi.

Andare a vedere Inside Out è come guardare nel caleidoscopio e non solo perché il ‘labirinto della memoria’ con le sue ‘palle-ricordo’  è veramente uno scenario spettacolare. Da ogni visione nasce un’interpretazione, si vede un nuovo lato del significato di un film poliedrico. Senz’altro è un film che rivedrò.

La trama: Inside Out parla del rapporto mente/corpo. Inside Out parla di estremismo nei sentimenti e dei terroristi della gioia. Perché apparire felici e contenti (o dovremmo dire realizzati, di successo) e far sì che anche i propri figli lo sembrino è a volte più importante che esserlo davvero, oggi giorno. Inside Out parla del meccanismo dei ricordi e delle nostre ‘isole’, i capisaldi della nostra vita, che in qualche occasione ci tocca pure mettere in discussione. Inside Out parla del cambiamento e del rapporto genitori/figli. Ma non solo quelli che stanno al di fuori di noi, anche e soprattutto quelli che stanno dentro. Inside Out parla delle divisioni manichee della coscienza.

Ma alla fine Inside Out fa anche ridere? Sì, fa spaccare dal ridere, soprattutto se rimanete fino alla fine dei titoli di coda.

E fa commuovere? Sì, soprattutto il corto di apertura, Lava, è strappalacrime dalla prima nota alla scena finale.

E gli effetti speciali? Ce n’è uno che li vale tutti quanti, l’amore vero di un astronauta che piange caramelle.

 

Ringrazio per la recensione, brillante e attenta, Marta Scandellari, appassionata del genere e Special Guest del mio cuore.

 

 

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