“Siamo nell’era del co-“

… Annuncia una mail che trovo fra le mille da leggere al rientro da una settimana di vacanza.

Di che co-sa stiamo parlando? E’ la prima domanda che le mie membra elaborano, mentre cerco di riprendermi dall’all inclusive e dal relax che hanno intorpidito i miei pensieri in questa settimana di relax.

Nell’era del co-mputer? Del co-struttivismo? Del co-ccodrillo (troppe ore di baby dance mi hanno fatta rimbecillire del tutto).

Ritorno in me e capisco…

Il nuovo trend targato “co -” sta rivoluzionando non solo il mondo in cui fruiamo beni e servizi tradizionali, ma anche il modo in cui viviamo e lavoriamo. Le nostre relazioni con gli altri! Siamo sempre di più degli animali sociali, che fanno parte di un ecosistema vastissimo, ma tutto sommato circoscritto. Siamo un piccolo pezzo di un puzzle fatto di relazioni umane e dobbiamo viverci dentro a questo puzzle, condividendone idee, regole, dinamiche.
Perché co- sta per CONDIVISIONE.

Aiuto!

Dimentichiamoci il lavoro in solitaria, abbarbicati alla propria piccola scrivania e a schivare incontri reali o virtuali durante le ore lavorative. Siamo bombardati da richieste per co-, ossia per condividere! Condividere che cosa? Tutto! Idee, informazioni, incontri, pareri…

Leggiamo qui sotto:

Co-driving, co-eating, co-living, co-working. Co-succeding. Co-politics. Questo “co-” non sta forse per “community”, per comunità di cui facciamo parte? Non sta per “condividere”?

Il coworking: lavorare condividendo uno spazio fisico

Le nuove professioni preferiscono il coworking per via degli spazi, del modo in cui connettono le persone, per la flessibilità dei contratti d’affitto e l’accesso facilitato agli spazi di lavoro multifunzionali (scrivania, meeting rooms, lounge e spazi per eventi). Così, lavorando insieme in uno sppazio comune, sembra essere tutto più facile, sia per le aziende, sia per il singolo lavoratore che, diciamocelo, non avrà mai più la sensazione di essere solo perché sarà in costante compagnia. Sarebbe il caso di dire co-stante co-mpagnia.

L’attività del coworking è il raduno sociale di un gruppo di persone che stanno lavorando in modo indipendente in uno spazio comune. Queste persone condividono dei valori e una mission ben precisa ma, soprattutto, uno spazio fisico. Anche se poi fanno tutt’altro l’uno rispetto all’altro.

Gli spazi di lavoro tradizionali cominciano, quindi, a perdere terreno. Gli imprenditori hanno sempre meno risorse da investire in affitto o acquisto di edifici nei quali collocare le proprie risorse. Molto meglio creare un ambiente di lavoro elastico e dinamico, un ecosistema fatto di persone che lavorano ognuna per sé ma che lo fanno insieme.

Un’accezione diversa… Condividere mission e obiettivi, ma non lo spazio fisico

Nelle grandi aziende il concetto di coworking ha assunto una sfumatura diversa. Persone che lavorano in uno spazio comune ma che afferiscono a diverse aree e funzioni aziendali.. Anche in questo caso alle volte hanno poco o nulla a che fare fra loro, professionalente parlando, però lavorano fianco a fianco, si scambiano idee, pareri e combattono la solitudine. E si “meticciano”.

Allo stesso tempo, sta prendendo piede la realtà lavorativa di persone che non si vedono tutti i giorni ma che condividono gli stessi obiettivi a distanza. Gli strumenti tecnologici digitali rendono possibile oggi tutto ciò. Siamo tutti e sempre connessi e possiamo vederci, sentirci, quasi toccarci a distanza! Possiamo lavorare insieme come se fossimo uno di fianco all’altro anche a km di distanza.

Siamo piccoli ingranaggi…

In un caso o nell’altro, l’importante è sentirsi parte di un meccanismo. Che ci si senta una piccola rotellina senza la quale quel meccanismo non funzionerebbe. E le modalità sono diverse rispetto a quello che era il vecchio lavoro di squadra (che puzzava sempre un po’ di divisa e sudore…).

Cosa c’è di buono nel coworking, inteso in senso tradizionale o nella sua accezione più “micro”? E’ l’unica soluzione possibile? E quanto funziona? Ragionare in co- ha effetti positivi o negativi?

Per mia esperienza personale ragionare in co- stimola il cervello e crea sinergie e sintonie altrimenti difficilmente praticabili. Alle volte riesce anche a scavalcare o livellare le gerarchie (comunque sempre presenti) e l’isolamento culturale. I risvolti positivi si notano anche nel work life balance.

Tirando le somme…

Quindi, archiviati i ricordi della vacanza all inclusive a ritmo di baby dance selvaggia, mi rituffo nella mia realtà incasinata che mi vuole co-nsapevole di come occorra abituarsi sempre più a essere parte di una co-munità, che sia reale, virtuale o online ma co-munque, e sempre, parte di un tutto.

Forse il sole mi ha dato alla testa. Sì.

 

 

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