Siccome qui sopra non si parla solo di minchiate, di bambini e di argomenti futili, oggi mi piacerebbe raccontarvi quanto ho appreso durante un corso di formazione al quale sto partecipando in questi giorni.

Chi di voi sa che cosa significa il termine “Work-life balance”? Poiché per lavoro mi tocca non solo progettare, ma anche presentare i corsi di formazione che la mia azienda propone, mi sono dovuta documentare anche io su questo argomento che poco conoscevo.

Il termine “Work-life balance” è un concetto molto ampio che indica la capacità di bilanciare in modo equilibrato il lavoro (inteso come carriera e ambizione professionale) e la vita privata (famiglia, affetti, divertimento, passioni).

Possiamo complessivamente parlare di un buon livello Work-life balance quando abbiamo un senso di soddisfazione complessiva rispetto alla nostra vita, all’energia investita nei diversi ambiti della nostra esistenza e agli obiettivi che intendiamo raggiungere.

In questa distribuzione di pesi non esiste un equilibrio unico ed efficace per tutti, né esiste un “giusto” e uno “sbagliato”: la costruzione del proprio Work-life balance è infatti un processo molto soggettivo e in continua evoluzione, influenzato dalle fasi della vita, dall’età, dalle motivazioni e dai valori di ognuno di noi.

Insomma, se sto bene fuori dal lavoro, starò bene anche al lavoro, sorriderò di più, lavorerò meglio.

Viceversa, se sono gratificato dalla mia vita professionale, vivrò a pieno ritmo e con più vitalità la mia vita extra lavorativa.

LAVORO: MENO E’ MEGLIO (COSI’ DOVREBBE ESSERE)

Sfatiamo subito un possibile equivoco: vivere in modo soddisfacente e “multiplo” non significa investire poco sul lavoro perché  distratti da altre attività. Significa, invece, lavorare meglio perché alla base vi è un incremento dell’autostima, del senso di autoefficacia ,di soddisfazione personale e una più efficace reazione alle difficoltà. Le relazioni in azienda e a casa migliorano, vi è una maggiore energia e committment nei diversi ambiti, una più alta efficienza, produttività e disponibilità e, non ultimi, benefici fisici e di salute.

Le aziende visionarie hanno accolto l’appello del less is more”, meno è meglio. Le prime a prendere iniziative dirette a migliorare il work-life balance dei dipendenti sono state Bmw, Daimler, Deutsche Telekom, Puma, Volkswgen e Google a Dublino.

Suonare, scrivere, dipingere, fotografare, fare teatro. Spesso, con i ritmi di lavoro incalzanti e gli impegni che si susseguono, ci sembrano perdite di tempo inutili o attività che non ci possiamo permettere. Ma secondo le statistiche, invece, proprio un’attività extra-lavorativa di tipo creativo come queste garantisce risultati e performance migliori nella professione. E qualcuno, negli Usa, sembra averlo intuito.

PER LE AZIENDE

Un buon Work-life balance ha effetti positivi e vantaggi anche per le aziende. A loro volta queste potranno favorire ulteriormente il raggiungimento di un buon livello di benessere nei propri dipendenti: maggior committment, un più forte ingaggio sui risultati, una diminuzione dello stress, un incremento della motivazione al lavoro e conseguentemente una riduzione del turn over.

Quali sono gli strumenti che le aziende possono utilizzare a questo scopo? Gli strumenti di flessibilità, ossia: il telelavoro, la flessibilità di orario in ingresso e in uscita, la possibilità di orari part time, il job sharing, il welfare aziendale (facilities rivolte ai dipendenti: cral aziendale, libri di scuola per i figli, copertura spese sanitarie, ticket restaurant , nido aziendale, rimborso spese mezzi pubblici…).

NOI DONNE

Ancora oggi, nel nostro paese, le donne sono coinvolte in operazioni di cura non solo dei bambini ma oggigiorno sempre di più anche degli anziani che le limitano nel loro vissuto professionale.  E la disoccupazione femminile è oggi una una brutta piaga del nostro sistema. E’ dimostrato che un incremento dell’occupazione femminile avrebbe ripercussioni positive sul potere d’acquisto delle famiglie, sulla produttività e sull’aumento del PIL nazionale.

Anche quando sono occupate, rarissime volte le donne occupano posti strategici o ai vertici delle nostre aziende.

E’ ormai ampiamente dimostrato che la diffusione degli strumenti di flessibilità nelle aziende crea le condizioni per la crescita dei talenti femminili verso posizioni di leadership. Da una ricerca condotta da Valore D e McKinsey & Company è emerso che nei paesi europei in cui è più alta la percentuale di dipendenti che usufruisce di strumenti di flessibilità (il 36%) vi è anche una percentuale molto maggiore di donne nei Consigli di Amministrazione (il 17%); un dato tre volte superiore a quello italiano, dove solo il 10% dei lavoratori aderisce a programmi di flessibilità.

COME LA VEDO IO

Condivido ogni singola riga di quello che ho ascoltato e riportato in questo post. A livello teorico è e dovrebbe essere così. Eppure, anche nelle aziende più illuminate, mi pare si faccia ancora tanta fatica a valutare le risorse in termini di prestazioni efficaci anziché di ore effettivamente dedicate al proprio lavoro. Insomma, se io riesco autonomamente a organizzare la mia attività e raggiungere il mio obiettivo in 5 ore rispetto al mio collega che ce ne impiega 8, perché non posso avere il diritto a uscire prima dall’azienda? E di essere valutata positivamente? Perché mi devo sentire in dovere di fermarmi fino alle 8 di sera anche se non ho più nulla da fare ma solo per far vedere che sono una sgobbona o dimostrare che sono una stakanovista?

Peraltro, per dirla tutta, le statistiche dimostrano che l’Italia è fra i paesi in cui si lavora di più in termini di ore, ma questo non implica, in termini proporzionali, un reale incremento della produttività. Insomma, lavoriamo tanto e produciamo tanto quanto (o meno) i colleghi nordeuropei che alle 17 escono tassativamente dall’azienda e vanno al lago, a casa a leggere, o a dedicarsi alla cura dei figli. L’Italia è da sempre, peraltro, fra i paesi che fanno più ricorso agli straordinari, ma questo non comporta un effettivo miglioramento delle prestazioni.

Cambiare una mentalità non è facile…

E poi, tutti i risvolti delle discriminazioni sui part time. Perché io che lavoro part time devo essere esclusa da qualsiasi gratificazione o avanzamento di carriera? Magari lavoro meglio di tante colleghe che si fermano fino alle otto di sera. Perché mi devo sentire in colpa se esco alle 15 per andare a casa a curare i miei bambini?

Sul Welfare aziendale non ho nulla da aggiungere. Mi rendo conto che quanto l’azienda mi offre in termini di rimborsi spese, servizi a prezzi ridotti e facilities di altro genere mi rendono più “affezionata” alla mia azienda e mi fanno ritenere una persona fortunata.

PER CONCLUDERE…

Se dovessi misurare, a tutt’oggi il mio Work-life Balance, non posso che ritenermi soddisfatta: svolgo un lavoro che mi piace, mi hanno accordato un orario part time che mi permette di dedicarmi alla cura dei miei cari e riesco a godere del mio tempo libero al meglio e con grande serenità. E non è poco, coi tempi che corrono

 

 

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