Questo post prende il nome dal titolo del libro di una scrittrice che io amo profondamente, Isabel Allende. Ne “Il mio paese inventato”  l’ autrice parla del Cile, definendolo “inventato” perché i suoi ricordi e sentimenti ne hanno cambiato i connotati  rendendolo così, per lei, un paese “inventato”, che in realtà non esiste.

La mia città, Milano, io la percepisco allo stesso modo. E’ un po’ come quegli amori che percepisci alla tua maniera, ma che hanno contorni sfumati e caratteristiche che non corrispondono, poi, alla realtà.

Nonostante io abiti ormai da anni in un paesino che sembra un presepe, sulle colline della Brianza, il mio cuore batte sempre, e forte, laggiù, dove sono nata e cresciuta. Mi rendo conto che le ragioni che mi fanno ancora amare Milano forse sono davvero motivi futili o semplicemente ricordi annodati al mio passato. Certo è che, così come per l’Allende, Milano è la mia città inventata, perché la vedo e la amo a modo mio e forse il mio amore non è neanche poi così tanto lucido e fondato. Però, questo è certo, è amore incondizionato.

Ieri ero a Milano e mi sono dedicata un giro in bicicletta sui Navigli. La pedalata, complici vecchie canzoni nelle orecchie, si è rivelata ben presto un violentissimo viaggio nel mondo dei ricordi. Ho ritrovato angoli e locali dimenticati e centinaia di metri di marciapiedi che ho percorso milioni di volte. Ho riconosciuto odori dolci, nauseabondi, anche amari, che mi hanno trasportato indietro nel tempo, a quando passeggiavo allegramente stringendo la mano di mia mamma o di mia zia.

Ho ritrovato una città squarciata dai lavori per l’Expo, ho osservato la gente che camminava veloce, che girava in bicicletta, che sorseggiava un bicchiere al tavolino del bar e in lei ho riconosciuto con commozione e meraviglia quella vecchia signora, sfatta e fuori moda, che continua a prendersi sul serio e non si arrende al passare del tempo.

Ho scoperto che tanti locali hanno chiuso, che non esiste più la pescheria di Porta Ticinese, che qualche bar ha lasciato il posto a una lavanderia a gettoni e che finalmente è sbucata una pista ciclabile qua e là (peccato che poi finisca improvvisamente mozzata o in prossimità delle rotaie di un tram!).

Negli anni novanta c’erano soltanto due zone dove noi ragazzi andavamo a far casino la sera (mica come adesso, che puoi scegliere fra Corso Como, l’Arco della Pace, Corso Sempione…): a quei tempi c’erano i Navigli e c’era Brera. Chi amava i Navigli considerava i buontemponi di Brera dei fighetti. Quelli di Brera definivano gli altri dei buzzurri. Manco a dirlo, io ho sempre frequentato la zona dei Navigli, che amo per partito preso. Adesso la definiscono una zona bohemienne, ma ai tempi era solo un susseguirsi di bar, locali e topaie dove gli schiamazzi notturni erano la regola e quando facevi troppo casino la vecchietta del primo piano ti urlava dietro o ti gettava, anche, qualcosa giù dal balcone.

Ho vissuto l’epoca in cui si fumava ancora nei locali e quando tornavi a casa dovevi buttare i vestiti direttamente in lavatrice. Ogni sera qualcuno di noi beveva troppo e finiva a vomitare con la testa a ciondoloni nel Naviglio. Gli irriducibili finivano la nottata dal paninaro che ti imbottiva il panino di ciò che volevi mormorando, cinico, la frase: “Come rovinare un panino…” quando la tua scelta ricadeva sui peperoni o sulle melanzane.

Anche oggi, che tanto è cambiato, come puoi non amare i Navigli? I localini che d’estate si allungano con i tavolini fin sulla strada, i negozietti di cianfrudaglie e di vestiti usati, il Libraccio, le pizzerie che hanno cambiato mille gestioni, le bancarelle degli abusivi. E poi… Le gelaterie del sabato pomeriggio, i take away cinesi, i cortili che nascondono meraviglie, i balconi fioriti, l’isola pedonale. Le rotaie del tram dove quotidianamente qualche ruota di bicicletta si infila causando danni irreparabili alle ginocchia dei ciclisti improvvisati.

… Quella sensazione dolce amara che puoi camminare anche con i bigodini in testa e nessuno si accorge di te…

Nei tardi pomeriggi d’inverno non vedi l’ora di rifugiarti in qualche bar per riscaldarti un po’, in quelli di primavera percorri chilometri e chilometri avanti e indietro assaporando le giornate che si allungano e il sole che pian piano cala. Ogni locale propone ormai mega aperitivi nella fascia oraria dell’happy hour e con 8 euro puoi praticamente ingozzarti fino a scoppiare, accompagnando il tuo drink con stucchizzerie a buffet finché non sei davvero sazio.

Anche se, come dicevo all’inizio, vivo ormai da tempo in un paesino sperduto a 40 km di distanza e anche se, credo, a Milano non tornerei a viverci più… Lei rimane comunque e sempre la città del mio cuore, in cui non mi sento mai sola, anche se sono sola. In cui non mi sento mai triste, anche se sono triste.

A Milano ho vissuto, amato, pedalato, pianto, gioito, esultato, dormito, mangiato, corso, respirato migliaia di volte, sentendomi, sempre, a casa.

Quando mi sento triste, ammaccata o difettosa, una camminata a passo lento lungo i Navigli mi riconcilia con l’Universo. E anche adesso che, per via dei bimbi piccoli, non riesco a concedermi un pomeriggio o una serata a Milano, tante volte, inaspettatamente, prima di addormentarmi, mi capita di pensare a Lei…

Ditemi un po’ se questa non è una dichiarazione d’amore…

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