Con questo piccolo racconto ho partecipato, anni fa, al concorso letterario «ViviMilano Insessantarighe». Condizioni del concorso erano le sessanta righe di testo, 3.600 battute inclusi gli spazi, e il fatto che la vicenda fosse ambientata a Milano. Ai tempi, su uno dei muretti del marciapiede che si affaccia sulla Darsena, campeggiava la seguente scritta “Chi getta semi al vento farà fiorire il cielo”.  Ogni volta che ci passavo accanto, in bicicletta o a piedi, rimanevo incantata nel leggere quella frase. Così, ho preso spunto da quell’opera d’arte urbana e ci ho collocato accanto i personaggi della mia storia. Alla fine non mi sono classificata fra i tre vincitori, però questo racconto mi rimane sempre caro e mi ricorda i tempi della spensieratezza, di quando vagabondavo per quella che da anni non è più la mia città, senza troppi pensieri per la testa…

Ecco il mio racconto, per grandi e piccini.

 

E’ appena l’alba. Io ed Erasmo ci incamminiamo ancora assonnati per la strada. Tutto intorno tace e, in quest’atmosfera surreale, stento a credere che fra qualche ora la città si sveglierà fra lo strombazzare delle auto.

Mi sento le ossa rotte per il lungo dormire schiacciato in quello scatolone e ho una gran fame. Il mio socio mi lancia uno sguardo d’intesa e ride con gli occhi: eccoli là i resti dello squinternato divertimento del sabato sera; un pezzo di pizza, bottiglie di birra, un pacchetto di patatine lasciato sul ciglio del marciapiede.

Hanno fatto baccano fino a tardi i ragazzi ieri notte, li abbiamo osservati da lontano spegnere cicche e chiacchierare seduti sul muretto che dà sulla Darsena. C’era anche Anna la rossa, quella con lo sfregio sul viso.

Mangiamo quel che si può con aria furtiva e proseguiamo nel nostro cammino.

E’ il posto del nostro girovagare che più preferisco e che, nonostante la nostra realtà di disagiati, mi strappa sempre un sorriso. Una scritta di colore bianco annuncia: “Chi getta semi al vento farà fiorire il cielo”.

Mi sembra una frase di buon auspicio, chissà che uno di questi giorni non nevichino davvero fiori dal cielo, che i volti scuri dei passanti non si illuminino di gioia, che i bambini non saltino festosi per prenderli al volo.

Erasmo interrompe il mio fantasticare e borbotta qualcosa, scontroso come sempre. Alzo il naso verso il cielo: sta fioccando! E’ la prima volta da quando sono nato che sento il profumo della neve.

I tetti delle case, le strade e i marciapiedi si imbiancano d’incanto. Procediamo svelti scivolando anche. Alle volte mi chiedo che fretta abbia Erasmo; non abbiamo nessun traguardo da varcare, né debiti col tempo o appuntamenti; siamo due vagabondi, il nostro unico impegno è bighellonare e nutrirci degli avanzi degli altri.

Camminiamo già da un po’, siamo in Porta Ticinese, l’odore di pesce fritto ci solletica l’appetito e la città imbiancata si è svegliata. Ci fermiamo infreddoliti sotto i portici dei palazzi per trovare riparo, ma i portieri ci cacciano via. Togliamo il disturbo.

Mi piacerebbe andare a trovare Anna la rossa. E’ una donna che dorme in una scatola puzzolente di piscio a lato del mercato comunale. E’ sporca, arrabbiata e impreca contro il cielo, ma ha sempre una carezza e dolci parole per me.

E’ una dea, la più bella che ci sia, nonostante la profonda cicatrice sul viso. Eccola lì, sta ancora dormendo soavemente. Vorrei osservarla ancora, ma la mia attenzione è rapita da un suono acutissimo e lontano.

Un vagito.

Chiamo Erasmo, che è rimasto indietro. “Corri Erasmo, seguimi, è una culla quella che vedo dondolare sull’acqua lercia della Darsena! Chiama Anna, mordile le mani, leccale la faccia, che si svegli e chiami aiuto”.

Io posso solo abbaiare all’impazzata, ma la gente sul marciapiede prosegue veloce, come sempre; non ho mai nuotato in vita mia, come potrò raggiungere la culla? Sento il piccolo strillare tremendamente. Quale essere umano può aver ideato un tale supplizio? Non ci penso due volte . Un balzo e mi getto nell’acqua gelida.

La gola mi si chiude, il cuore batte forte, bevo acqua lurida, arranco, ma raggiungo la culla e la spingo verso riva con le zampe intirizzite.

Vedo la gente accorrere per il trambusto. Il piccolo è vivo. Erasmo mi lecca il muso, sono spossato, ho il pelo imbrattato e la vista annebbiata. Piango. Riesco solo ad avvertire il torpore delle braccia di Anna che mi stringono a sé e sento un terribile formicolio in tutto il corpo…

Alzando lo sguardo, potrei giurarci, scorgo fiori gialli cadere lenti dal cielo.

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