Caro Professore,

era il mese di maggio 1998.

Non erano tempi di Internet, mail o chat, altrimenti, credo, Le avrei scritto anche prima. In realtà, a distanza di anni, questo ricordo si era perso nella mia memoria ed è riaffiorato recentemente, come una bolla d’aria che per tanto tempo era rimasta sott’acqua e riemerge violentemente.

Non ricordo il Suo viso, nè quello della Sua assistente, ma la mortificazione che provai quel giorno sì, quella la ricordo tutta, oggi precisamente come allora.

Mi presentai all’appello di Storia Contemporanea, il secondo esame del mio
percorso di studi universitari. Il programma verteva sull’Imperialismo, quel semestre, e io mi sentivo preparata ma anche molto, molto agitata: ai Suoi appelli i bocciati erano sempre moltissimi!

Ricordo che, prima di me, fu chiamato un ragazzo schivo e vestito in pelle
nera, che se n’era stato in disparte tutto il tempo, mentre io e gli altri commentavamo le prestazioni degli studenti che ci precedevano. Era Evidentemente impreparato e al termine dell’esame Lei gli chiese: “Ma a Lei, nella vita, che cosa piacerebbe fare?”. Il ragazzo, intimidito, rispose però senza esitazione: “Il musicista”.
“Ecco, allora vada a fare il musicista”, fu la Sua risposta mentre lui si ritirava.

Era il mio turno. Fui chiamata dalla Sua assistente, una donna dal marcato
accento meridionale. La mia esposizione fu dignitosa finchè non cominciarono a fioccare domande sempre più puntigliose. Più che concetti mi venivano chieste date e io sentivo che stavo andando nel pallone… Non stavo facendo esattamente una bella figura.

La prima parte dell’esame non era andata male ma aspettavo con una certa inquietudine il verdetto finale. L’assistente mi disse schiettamente che poteva concedermi al massimo un 22, ma che questo voto avrebbe influenzato negativamente chiunque mi avesse esaminata dopo di lei e che abbassava
drasticamente la mia media. A quei tempi sul mio libretto compariva soltano un altro voto, un 27 in Pedagogia Generale. Mi disse che non sarei andata da nessuna parte con quel misero voto e, senza mezzi termini, che non avrei mai Terminato il mio percorso di studi.

Mi mordevo le labbra per non mostrare il magone che, fra la predica di lei e il mio dirigermi verso il Suo studio per la trascrizione del voto sul libretto, mi aveva portato in bagno a piangere di rabbia e vergogna. Accettai il voto e a testa bassa uscii dall’aula.

Arrivata a casa, piansi tutto il pomeriggio, come se fossi stata bocciata e conscia che la mia carriera universitaria sarebbe finita lì.

Novembre 2001. Dopo esattamente quattro anni solari dalla mia immatricolazione all’Università, mi laureo in Scienze dell’Educazione con una tesi in Antropologia Culturale. Punteggio: 110 e lode.

Quel pomeriggio di maggio avevo pensato di ritirarmi dall’Università, tanto mi sentivo umiliata e avvilita. Poi, però, ho cominciato a studiare senza sosta, incontrando esaminatori che mi hanno valutata prescindendo da quel misero 22 o che l’hanno considerato, forse, come uno scivolone. Sono riuscita a ribaltare il pronostico di chi, senza troppi giri di parole, mi considerava e voleva perdente.

Dicembre 2014. Lavoro da 11 anni in un noto gruppo assicurativo italiano, nell’ambito della Formazione del personale. Amo il mio lavoro e sono fiera di come ho raggiunto ogni singolo traguardo della mia vita.
Ho tre bambini piccoli, sotto i cinque anni d’età.

Ai miei bimbi, un giorno, racconterò questa storia, che però  tenevo a far conoscere anche a Lei.
E quando uno dei tre mi chiederà che fine ha fatto quel ragazzo schivo e vestito in pelle nera, io risponderò che non lo so perchè non l’ho mai più rivisto.

Ma nel mio cuore io spero che abbia terminato brillantemente i suoi studi e che oggi calchi i palcoscenici dei teatri di mezzo mondo, come il più brillante dei musicisti del suo genere.

Scusi la lungaggine.

I miei migliori saluti.

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