Quando Dudi era piccina ascoltavo i racconti delle colleghe e delle amiche che avevano pargoli insonni e che le costringevano a nottate faticosissime e pensavo, sempre: “Povera gente… Meno male che mi è capitata una bambina da manuale che, oltre a non svegliarsi mai, si spara 10 – 12 ore consecutive di sonno profondo”.

Naturalmente, la povera tapina, non sapeva che da lì a quattro anni avrebbe scodellato due gemelli che l’avrebbero costretta a notti da panico per sedici mesi consecutivi. La povera tapina di cui sopra ignorava il fatto che un bebé (e figuriamoci due!) potesse svegliarsi e strillare fino a venticinque volte in un’unica notte, che riuscisse a emettere urla sovrumane e rovinarle così l’esistenza sia notturna, sia diurna.

Ma procediamo per gradi. Innanzitutto, è necessaria una premessa per nulla banale: ho avuto la fortuna di partorire i due gemelli grazie a un parto naturale. Sono nati a termine, senza alcun problema fisiologico e sono riuscita, contro ogni previsione, ad allattarli al seno molto a lungo.

Siccome stiamo parlando di gemelli, so bene qual è la domanda balzana che balena nelle menti fervide di chi di gemelli non ne ha avuti, ossia: “Come si allattano due gemelli? Insieme o prima uno e poi l’altro?” (quante volte mi sono sentita rivolgere questa domanda!). Non ha importanza come li allatti. La natura ti ha dotato di due tette e tu le usi entrambe, uno di qua e uno di là.

Finché le due sanguisughe si svegliavano ancora per la poppata notturna, per noi, che dormivamo in cinque in un letto assumendo posizioni a incastro tipo Tetris, non ci sono stati grossi problemi. Il mio sonno era spesso interrotto ma,  tutto sommato, si riusciva a riposare. I sorci verdi li abbiamo visti quando i due sono stati collocati nella loro stanzetta, nel loro lettino e allontanati dalle mie tette, al compimento del settimo mese.

Le notti si tramutarono velocemente in veri e propri incubi scanditi da pianti e urla continue. Io correvo da una camera all’altra per consolare i pargoli, per cercare di capire quale fosse il motivo di tutti questi pianti e per tentare di calmarli. Le mie munizioni erano: biberon di camomilla preparati la sera prima, carillon di ogni genere, peluches e copertine più o meno morbide, tisane naturali, ninne nanne in quasi tutte le lingue del mondo… E molto altro ancora. Nulla, però riusciva a calmare le due piccole aquile, che si svegliavano mediamente ogni mezz’ora. A me sembrava di non dormire mai…

La vita di coppia vacillava fra continui diverbi e nervosismi legati alla stanchezza cronica di entrambi. Io ero ridotta a uno straccio. Mi addormentavo ovunque e mi sentivo brutta, stanca, incapace e inadatta. Il mio viso era trasfigurato dalla stanchezza e sentivo che non stavo dando assolutamente il meglio di me a questi due bambini che, peraltro, dormivano pochissimo anche di giorno. In ogni caso, anche quando avrei potuto riposarmi un po’, c’era Dudi a cui badare.

Sentivo che dovevo correre ai ripari. Che i piccoli si erano abituati a svegliarsi troppo spesso perché sapevano che ad ogni minimo pianto la mamma accorreva per prendersi cura di loro. Si svegliavano continuamente, prima uno e poi l’altra. E quando finalmente uno si addormentava le urla dell’altra lo risvegliavano. Io ero davvero a terra: alcune notti mi sono alzata per andare da loro fino a trenta volte…

A un certo punto, però, improvvisamente… L’illuminazione!!!

Ai tempi dell’università avevo già letto qualcosa circa il metodo Ferber e, di recente, un’amica mi aveva parlato in modo entusiastico di un certo Estivill e del suo metodo descritto nel bigino “Fate la nanna”.

Poiché sono da sempre una sostenitrice del cosleeping e del rapporto genitori-bambino ad alto contatto fisico, la sola idea di leggere il libro di Estivill mi causava l’irsutismo e mille paturnie psicologiche. Ero però anche convinta di dover correre ai ripari e introdurre delle regole per i miei due screanzati, perché i loro problemi con il sonno stavano condizionando il benessere di tutti noi.

Non sto qui a descrivere il metodo Estivill, che ormai tutti conosciamo e di cui si parla persino sul periodico che ci propinano all’Esselunga. Su Estivill hanno scritto tutto e il contrario di tutto. Che è un genio e che è un pazzo furioso.

Secondo me, l’errore più grande di Estivill è stato quello di usare un linguaggio molto ironico, anche poco scientifico, alle volte brutale, che è mediamente mal tollerato dalle mamme, soprattutto da quelle italiane! Sono sicura che se lui avesse usato un approccio più formale, meno colloquiale e più accademico, sarebbe risultato anche più autorevole e meno antipatico.

Comunque, io so solo una cosa. Estivill si rifà al più antico metodo Ferber che si basa sulla convinzione di poter rendere autonomo il bambino nella fase dell’addormentamento e del ri – addormentamento. Poiché il metodo implica il fatto che i genitori non cedano ai richiami del bimbo se non per rassicurarlo ad intervalli temporali sempre più distanti fra loro, è considerato crudele e innaturale dalla maggior parte delle persone che vi si sono imbattute.

E’ considerato crudele perché all’inizio il bambino piange.  E, cavolo, se piange! E, normalmente, una mamma non riesce a reggere di fronte al pianto di suo figlio. Anche per me è stata dura. Considerando che il pianto di uno influenzava subito quello dell’altro, credo sia stata ancora più dura. Ci abbiamo messo moltissimo tempo per farli abituare ad addormentarsi da soli e a consolarsi da sé durante i loro risvegli notturni.

A me Estivill è simpatico e ha salvato la vita. Mi ha permesso di insegnare ai miei piccoli a riconoscere il momento “nanna” e a imparare a dormire nel proprio letto senza necessità della mia presenza e senza aver paura.

E’ stata durissima ascoltare i loro pianti disperati e non cedere ai loro richiami, se non nei tempi stabiliti. Scalpitare nel letto, pensando: “Adesso smetteranno…”, mentre loro si sgolavano a più non posso. E impormi di non alzarmi da quel letto per correre da loro.

Però è stato altrettanto soddisfacente ritrovare, a distanza di qualche mese, i miei cuccioli indipendenti, desiderosi di sdraiarsi nel loro lettino stringendo il loro doudou e addormentarsi placidi e coscienti, senza nemmeno più chiamarmi.

Oggi lo posso dire: Estivill, I love you!!!

E’ sbagliato insegnare ai nostri figli che possono essere delle persone meravigliosamente autonome?

E’ forse sbagliato trasmettere loro l’idea che sempre più dovranno attenersi a delle regole?

Ditemi quello che volete, ma credo fermamente che i libri bisogna anche saperli leggere. Che se tu, mamma, non sei capace di rientrare in camera di tuo figlio e consolarlo senza toccarlo, non lo debba fare. Che puoi benissimo fare tuo quello che di un metodo ti piace e fare a meno di quanto non ti piace. Io, ad esempio, soprattutto con Chicchi, non sono mai riuscita a consolarla senza il contatto fisico, come indica Estivill. Una carezzina gliel’ho sempre concessa, perché sentivo che era giusto così.

E, soprattutto, credo che mamme felici e riposate crescano figli felici e riposati. Cosa me ne frega di continuare a far trangugiare loro camomilla a ogni ora della notte, cullarli, coccolarli, nutrirli all’inverosimile, se poi il giorno dopo io sarò così stanca e stremata da non aver nemmeno più voglia di stare con loro?

Oggi Chicchi e Paco si addormentano da soli, al termine dei nostri rituali che prevedono, nell’ordine:

  • il bacetto ai vari membri della tribù;
  • la coccolina in braccio a mamma;
  • il saluto ai vari animaletti presenti in cameretta, che vanno dalla mucca ai pipistrelli;
  • l’ascolto della favola inventata da mamma “Il coniglio orecchie lunghe”,
  • la chiusura della porta con mamma che dice: “Fate bei sogni…”.

A questo punto sono le 20.45, loro si addormentano, la mamma si dedica alla primogenita e un pochino anche al papà!

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