Signora, ma che brutta placenta!!!

… Così esordì il mio ginecologo.

Io, alquanto imbarazzata  non sapevo da che parte guardare. Che colpa ne avevo io se la mia placenta era previa, ma che più previa non si può? Potevo in qualche modo migliorare la situazione o, quanto meno, chiedere venia a qualcuno?

Una placenta più brutta non poteva averla!!!

E rieccoci. Questo ripeté il mio ginecologo la seconda volta, e mi prospettò un parto cesareo al 99,9%. Io ci rimasi così male da perdere l’uso della parola per qualche istante. A quel punto lui mi sussurrò, accennando uno strano sorrisino:

Ma lei lo sa che ci sono donne disposte a pagare. pur di non sottoporsi a un parto naturale?

Io mi convinsi del cesareo, non frequentai nemmeno il corso preparto e pensai soltanto a godermi la mia bella panzona che lievitava a vista d’occhio.

Risultato/epilogo veloce: a fine gravidanza la placenta incriminata era migliorata (in termini di posizione) e si poteva valutare un parto naturale (dirlo prima no, eh?). Il 4 giugno 2009 entro in Pronto Soccorso per una lieve emorragia alla trentanovesima settimana di gravidanza. Mi programmano un cesareo per la mattina successiva. Durante la notte mi si rompono le acque e alle 7,26 del 5 giugno nasce Dudi, con un parto naturale velocissimo e senza alcuna complicazione.

Tiè!!!

Morale della favola: il destino tante volte si prende gioco di te (e anche del tuo ginecologo!). Una placenta previa, ancorché centralissima, non sempre sarà una complicazione della tua gravidanza.

E poi… A distanza di anni incontro Lei, una ostetrica tedesca che sta mangiando la pizza con il suo compagno al tavolo accanto al nostro.  Guarda la mia Dudi con occhi pieni di incanto e mi dice, con malcelato dispiacere, che lei ha fatto nascere tanti bambini ma non ne di suoi.

E mi racconta questa favola che, se non ricordo male, fa più o meno così:

C’era una volta un piccolo ovocita che sballonzolava tranquillo sulla sua strada. A un certo punto vide arrivare da lontano un esserino piccolo piccolo, uno spermatozoo, che senza troppi complimenti lo penetrò, fecondandolo magicamente.  Lui, l’ “ovetto imbottito”, cercò un posto caldo e tranquillo dove riposarsi e annidarsi. Ma non lo trovò. Scendendo inesorabilmente verso la parte più bassa e scivolosa di quel terreno, l’utero,pensò trafelato che non ce l’avrebbe fatta e se ne convinse così tanto da perdere completamente le forze e lasciarsi scivolare giù…. Sempre più giù. Ma poi, d’un tratto, decise che, invece, voleva attaccarsi e voleva farlo con tutto se stesso e con tutte le sue forze. E fu così che fece uno sforzo disumano per non scivolare del tutto verso il niente. E si attaccò proprio lì, nell’ultimo punto utile di quel terreno impervio e scivoloso. Vi si annidò e pian piano cominciò a germogliare… Là, dove ormai nessuno se lo sarebbe più aspettato.

I bambini che nascono da questi germogli sono i figli della placenta previa, ossia di un’imperfezione strutturale. Quel punto non era, per l’ovetto imbottito, il posto giusto dove annidarsi. Avrebbe dovuto farlo molto, molto più in su! I figli della placenta previa sono dei doni del cielo, perché hanno rischiato per una micro frazione di secondo di non esserci più, di scivolare nel nulla… E per questo sono bimbi preziosi…

So che in questa favola c’è indubbiamente un fondamento scientifico, anche se magari microscopico. Ma lo sguardo e il trasporto con cui quella donna me la raccontò me la fecero amare tanto e considerare una straordinaria metafora della vita.

Ai miei figli racconterò questa favola nelle notti d’autunno e insegnerò loro che, anche quando meno te l’aspetti, se lo decidi, puoi ribaltare il pronostico.

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